Redazione

La classica distinzione della vita dell’ uomo e della donna nelle tre fasi formativa-lavorativa-anziana ( che  nell’ eccezione economica si traduce in una sola fase attiva, quella del lavoro, e in due passive, le età della dipendenza ) non ha più senso – ammesso che ne abbia mai avuto uno – in una società in cui l’ ingresso nel mondo del lavoro avviene oltre i 25/30 anni di età, e spesso per molti giovani anche dopo, e l’ uscita in molti casi avviene già a partire dai 50-55 anni di età e, comunque, generalizzata intorno ai 60 anni: cittadini o persone considerate attive soltanto per 25 o 30 anni, e poi emarginate – “ scappate “ – dall’ economia nonostante le potenzialità di cui sono ancora dotate. Ne deriva tutta una serie di autonomie, di compatibilità-incompatibilità, di inclusioni-esclusioni, che oggi stanno alla base della “ questione anziana “, del mondo in cui la condizione degli anziani viene socialmente costruita e rappresentata: tra anziano risorsa e anziano peso, tra corti e generazioni produttive e improduttive, tra uomo e donna, nella famiglia ristretta e allargata, universale e composita, tra centro e periferia, nel modo di intendere i servizi sociali e sanitari, nel lavoro e nell’età dei pensionamenti, nella cultura e nella formazione ( Nella scuola e oltre la scuola nel corso della vita ).