di Achille Colombo Clerici


Un imprenditore, lavora, guadagna, assicura posti di lavoro, ma ha un grosso debito alle spalle. Con il reddito del suo lavoro paga gli interessi del debito, i dipendenti, mantiene se’ e la famiglia e riesce a fare anche beneficenza.
– Cosi non va: gli si dice.
Se non riesci produrre e guadagnare  di più o a risparmiare per ridurre il debito devi vendere parte dei macchinari con i quali lavori.
– Ma, in un momento come questo di crisi economica generale, non riesco a produrre e vendere, e quindi a guadagnare di più; e per risparmiare devo  impostare un programma che richiede del tempo. Lo farò, ma non riesco dall’ oggi al domani.
Se poi non investo, anzi vendo i macchinari, non riuscirò nemmeno a lavorare e produrre reddito e quindi, ne’ ad assicurare i posti di lavoro, ne’ a pagare gli interessi sul debito, ne’ tanto meno a fare beneficenza.
– ” Non importa devi farlo – la risposta imperiosa –  altrimenti ti impongo una “penale “.

Uscendo dalla metafora, la vendita dei macchinari equivale all’imposizione di nuove tasse da parte dello stato.

Queste producono un rallentamento nella produzione ed un calo della crescita economica .

Ebbene, la logica di questa parabola è quella del Fiscal Compact.
Tanto evidentemente assurda, che i vari nostri governanti che si sono succeduti nel periodo di formazione e di sottoscrizione di questo patto europeo, ne stanno prendendo le distanze.

Quell’ accordo, ( di stabilità dell’economia europea ) è stato siglato nel 2012 dai 17 Paesi dell’ Eurozona, e successivamente dagli altri Stati dell’ Unione  ( tranne U.K. e Repubblica Ceca ). Esso irrigidisce i parametri di Maastricht del 1992 e del Patto di Stabilità e crescita del 1997, statuendo tra l’ altro che i Paesi con un rapporto debito/pil eccedente il famoso parametro del 60%, debbano ridurre l’ eccedenza di 1/20esimo all’anno; e ribadendo l’obbligo sanzionato di mantenere il rapporto deficit/pil nella misura del 3% annuo, misura che era stata fissata apoditticamente al tempo della sua istituzione.
In Italia ci si è affrettati ad inserire la norma dal pareggio di bilancio nella Costituzione, all’ art. 81.
Confidavamo nella crescita dell’ economia…

Ma l’originario patto europeo non distingue tra spese correnti e spese per investimenti produttivi: è l’errore di fondo.
Sicché in una fase di stasi della crescita economica, qual è quella che stiamo attraversando, il vincolo può esser soddisfatto solo aumentando le tasse e riducendo gli investimenti.

L’ impegno dell’ Europa è che il fiscal compact venga incorporato nell’ ordinamento europeo ( da patto diventi norma ) entro i primi sei mesi del 2019. Ora, passate le elezioni, scoppierà subito la questione e conseguenze per l’ Italia potrebbero manifestarsi anche da parte della BCE e del sistema di finanziamento, attraverso le banche, della nostra economia ( titoli del debito pubblico e imprese ).
A.la.t.Ha.      

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