di Achille Colombo Clerici

Nel 2014 il nostro Paese ha accettato supinamente il bail in: il ministro Tria oggi dice che l’ Italia era sotto ricatto, perché’ altrimenti si sarebbe diffusa l’ idea di una generale difficoltà nelle banche italiane e ciò avrebbe portato a far saltare il sistema.

Fatto sta che al momento i vari nostri governanti, che si sono succeduti nel periodo di formazione e di sottoscrizione di questa normativa  europea, si rimpallano la responsabilità di averla fatta approvare .

La questione tuttavia non è questa, poiché non si tratta solo di andare a vedere chi ha apposta la firma all’atto, ma si tratta di mettere a fuoco anche chi ne ha creato le precondizioni; perché, una volta innescato il meccanismo legislativo, è difficile poi tirarsi indietro.

Si tratta di una norma che impone, in caso di difficoltà di un Istituto Bancario, il cosiddetto salvataggio interno.

Non più interventi a mo’ di decreto Sindona ( peraltro, con questo meccanismo si è arricchito mezzo mondo alle spalle del nostro debito pubblico ) o di aiuto di stato.

Al salvataggio delle banche in difficoltà debbono esser chiamati, oltre gli azionisti, gli obbligazionisti ed i correntisti della banca, al di là di una soglia di 100mila euro.

Una misura che, in questi termini, non si trova ad esempio nel sistema bancario statunitense e che costituisce un grave handicap per l’ operatività delle nostre banche.

Il presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, afferma che occorre modificare e correggere la regola del ”  bail in  “, profondamente errata, che finisce per assimilare i risparmi, assistiti dalla tutela costituzionale prevista dall’art. 47 della nostra Carta, agli investimenti a rischio.

Ma il ”  bail in  ” non è che il tassello finale di un quadro di misure che hanno pesantemente penalizzato il sistema bancario italiano.

Basti pensare alla normativa sul trattamento degli Npl ( i non performing loans ) e sulla cosiddetta bad bank. Recentemente, nel corso di un dibattito organizzato da Letizia Moratti per UBI Banca, si è detto che il sistema bancario ha in questi ultimi anni perso ben 130 miliardi. Cui prodest? A chi – e come – si è trasferita questa ricchezza? E’ interessante andare a vederlo perché si ha finalmente l’ idea del motivo per cui il premier Conte adesso sbotti: non vinca la finanza.