LA STORIA

Già nel IV secolo a.C. un gruppo di Galli Insurbi era insediato nella pianura Padana, in un luogo a metà tra il Ticino e l‘ Adda; di qui il nome celtico che essi diedero al centro più importante  e che sarà latinizzato in Mediolanum (= posto di mezzo),

Nel 220 la zona fu conquistata dai Romani, che misero trent’ anni a domare la popolazione ribelle e solo con lentezza riuscirono a ” Romanizzare Milano; Augusto nel 15 a. C. le riconobbe il ruolo di capoluogo della XI° regione dell’ Impero; mentre fino al 40 a. C.  era stata ” Colonia ” occupata militarmente, diventò autonoma, ebbe propri magistrati, si trasformò in un centro efficiente di commerci, fu servita da una rete di canali; un sistema di strade la collegò alla Gallia, a Roma, al Veneto. Da borgo fortezza diventò città commerciale e base militare.

La sua potenza nel III° secolo d. C. era tale che Diocleziano la scelse come una delle quattro residenze imperiali; dopo Roma era la più importante città dell’ Occidente. Aveva edifici pubblici di grande bellezza; il Foro e le Terme / Sull’ area di Piazza S. Sepolcro ), il circo ippodromo ( Nell’ attuale via Circo ), il Palazzo imperiale forse voluto da Massimiliano286 – 305 ) insieme alle nuove mura ( Tra corso Magenta e piazza Mentana ), il Quadrivium al Carrobbio, l’ Anfiteatro presso la via Arena, i grandi magazzini ( Sotto via Torino), il Teatro ( Nell’ area della Borsa ).

L’ impianto urbanistico della Milano romana è parzialmente riconoscibile dal ” Cardo ” massimo NE – SO, tra porta NuovaP. Scala ) e il Carrobbio, e dal decumano massimo NO – SE, tra le porte Vercellina e Romana; di forma approssimativamente quadrata la città era stata chiusa nel I° secolo a.C. dalle ” Mura repubblicane “; in età imperiale fu ampliata la cinta muraria, che si arricchì di torri ( Resta la torre inserita nel Monastero maggiore di Corso Magenta ) e di altre due porte; fu costruita una elegante via porticata che collegava la porta Romana con la via Emilia.

Di tutta questa città imperiale ” Sotterranea ” si vanno scoprendo le tracce e i resti solo da un secolo e a fatica, perché nell’ alto Medio Evo la Milano romana si autodemoli per ricostruirsi secondo nuove esigenze, usando il materiale degli edifici pubblici; così ricrebbe su se stessa cancellando il suo passato. Il materiale sopravvissuto e ritrovato dopo tante mutilazioni è stato ordinato nel Museo Archeologici di Corso Magenta numero 15, proprio presso le mura del III° secolo, vicino alla torre poligobale detta ” Di Ansperto “; riorganizzato nel 1965, questo museo merita una visita per capire le origini, non altrimenti visibili, di Milano capitale industriale del 2000.

Molti resti infatti sono oggi inglobati in edifici medioevali o moderni; ad esempio sotto il Sagrato del Duomo ci sono i resti di un pavimento, di un mosaico  e di un tratto di strada; in via De Amicis un resto dell’Arena; sotto la Borsa avanzi del Teatro.

UN VIAGGIO NEL TEMPO 

 

 

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AFFARI, Piazza degli  –  La Borsa e il Teatro. Sotto la frenetica sala delle contrattazioni della Borsa si stendono amplissimi androni con i ruderi del teatro romano, che aveva la capienza di 7.000 spettatori, e è ancora ricordato dalla vicina via San Vittore al Teatro.

AGNELLO, via  –  Agnello secolare. La via ebbe nome da un piccolo e grossolano bassorilievo raffigurante un agnello, murato sopra la porta della casa al numero 19. Le strade milanesi ebbero per la prima volta un nome scritto, e scelto con qualche criterio, nel 1785, grazie al conte Wilzeck, ministro plenipotenziatio della Lombardia austriaca. Fu ancora il Wilzeck a volere che le case avessero numeri civici e che agli angoli delle vie si ponessero lampioni a olio; fin allora illuminarle era stato compito dei viandanti, obbligati a girare con un lanternino se non volevano esporsi ad una multa. I signori si facevano precedere dai < volanti > ( lacchè ) con fiaccole.

ALBERICCI, via  –  Il Bottonuto. Si incrociava con via Pantano, e occupava all’ incirca  l’ area di via Albricci, una via oggi scomparsa l’etimologia del cui nome ha fatto versare quanto meno ruscelli d’inchiostro: via del Bottonuto. Secondo una spiegazione sicuramente fantasiosa, doveva il nome all’ obelisco di granito rosso eretto all’ incrocio con via Pantano e poi trasferito ai BoschettiVedi via Marina ); o meglio alle quattro palle su cui poggiava, chiamate anche < 2 bottoni >. Un’ altra etimologia non attendibile vuole che la contrada derivasse l’ antico nome di Bottinugum  ( Da cui Bottonuto ) da quello di un nemico sconfitto: il capitano tedesco Botnuk o Boddinuk, al seguito del Barbarossa, respinto dai difensori milanesi mentre nel 1158 tentava di forzare la pusterla che qui sorgeva, addossata a fortificazioni. Antichi cronisti facevano invece derivare il nome da un Ponsnecis, ponte dell’ uccisione. Secondo l’ ipotesi più attendibile, il nome antico del Bottonuto fu Botinucum, e in Botinucum si possono riconoscere l’ eco del termine dialettale ” Botina “, designante il ghiozzo, pesciolini d’ acqua dolce, e un diminutivo di botte, termine indicante in idraulica ” un’ opera di muramento sotto l’ alveo di un fiume per scolo di terreni più bassi. ” il nome riflette dunque, come quelli delle vie vicine ( Laghetto, Pantano, Poslaghetto ) la presenza d’acque oltre che di opere murarie per circoscrivere e incanalarle. Demolito del quadro d’ un piano regolatore dell’ epoca fascista <e con grande soddisfazione dei moralisti del tempo, che lo definivano un ” bubbone nel sano organismo cittadino >, il Bottonuto rimane uno dei luoghi più spesso ricordati in cronache e storie milanesi, luogo sordido e pittoresco, gremito d’ osterie e di case di piacere, brulicante di meretrici e di irregolari.

Il BUBBONE SLABRATO DEL BOTTONUTO. Paolo Valera, giornalista politico ” Scapigliato “, pubblicò nel 1879 un volume intitolato Milano sconosciuta che i bibliofili si contendono come “guida  ai piaceri D’ un tempo ) di Milano “. Sotto il moralismo sdegnatissimo, che si ammanta di una lingua in chiave < Linea lombarda >, sta per gusto ben pruriginoso. Il Valera si riempiva la bocca a dire, anzichè < Milano >, Porcopoli. Un capitolo di Milano sconosciuta si intitola  Il bubbone slabbrato del bottonuto, e comincia così:

< < Bisogna turarsi il naso. E’ un ambiente di case malfamate.

Vi si vende di tutto. E’ una fogna, una pozzanghera. In certi momenti il vicolo delle Quaglie è un pisciatoio fino in fondo. Vi si sguazza come intorno a un orinatoio. Se ne odora la peste. Sovente c’ è una ressa di soldati che lascia supporre che ci siano nascoste moltitudini di vergini. Il chiasso che discende dalla casa a destra dà l’ idea che gli uomini e le donne siano calcati in amplessi. Facce rosse, facce gramolate, facce bitorzolute, facce andate alla vergogna. I gradini non sono molti. Si sale e si discende con la sigaretta. Le finestre sono sporche, marrone, diffuse su muri più sporchi di loro. Nasi paonazzi > >.

ANDEGARI, via  – Biancospini o tedeschi. Secondo alcune vecchie fonti, ” Andegari ” deriverebbe da andegavium ( ? ), cioè biancospino, e la via seguirebbe parte del tracciato d’ una siepe di biancospini che avrebbe cinto Milano nel tempo in cui era una città gallica. La suggestiva ipotesi è stata però confutata da uno studioso convinto che Andegari derivi da Undegardi, come di una famiglia d’ origine forse tedesca. I piedoni. Un mattino di primavera del 1967, nell’incrocio tra via Andegari e via Romagnosi e poi più su per tutta via Andegari fino al suo sbocco in via Manzoni, apparvero agli occhi dei passanti stupiti enorme impronte bianche di piedi, quasi che un gigante o uno yeti avesse durante la notte calpestato la pittura fresca delle striscie pedonali stampando poi sull’ asfalto ” Abominevoli ” orme.

ARENA, via. Nella zona di via Arena, come appunto ricorda il nome, sorgeva l’ anfiteatro romano ( Le cui strutture furono ritrovate durante alcuni scavi ). Qui al tempo delle persecuzioni venivano dati in pasto alle belve i martiri cristiani.

ARMORARI, via – Milano come Parigi. Nei giorni festivi sui marciapiedi ai due lati della strada si allineano i venditori di monete e di francobolli. Un tempo erano così pochi che si riunivano in un bar, ora sono diventati così numerosi da occupare la via per tutta la sua lunghezza. Alcuni si limitano alle vendite, altri invece comperano anche: fatte le debite proporzioni il mercato dei francobolli di via Armorari si può paragonare a quello famoso dei giardini del Lussemburgo a Parigi.

La pigotta della Lussìa.

Tandarandàn Lussìa

Sott’ a quel  cassinot,

Ghe stà ona veggia strìa

Che fà ballà i pigott.

La Lucia della filastrocca era figlia di un armaiolo abitante in questa via; venne sedotta da un nobile il quale, dopo averla resa madre, le portò via la sua bambina. Folle di dolore la poverina si ritirò a vivere in una misera capanna ove passava le giornate a ninnare una bambola ( Pigotta ).

ASOLE, via delle  – Asine in via delle asole. Via delle Asole si chiamava un tempo delle Asine. Doveva il nome all’insegna di un albergo con stallatico, raffigurante alcuni di quegli animali.

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BELGIOIOSO, piazza – Orgoglio di Alberico. La piazza porta il nome dell’illustre famiglia che ebbe quì la sua dimora, nel palazzo costruito, o più precisamente ricostruito, dai principi Antonio Barbiano di Belgioioso e da suo figlio Alberico XII.

Da più parti si è sostenuto, ma pare a torto, che questo dodicesimo Alberico fornisce al Parini – ospite venerato nell’ aristocratica dimora – il modello del ” Giovin signore “. In realtà il principe partecipò, si dice con onore, alla guerra dei Sette Anni, e tornato alla conciliazione, civile tenne circolo di intellettuali e di artisti e si acquistò fama come collezionista e bibliofilo. A Milano si raccontava però che fosse orgogliosissimo, e che avesse perso una battaglia per avere respinto un dispaccio urgente, trovando omessi nell’ indirizzo alcuni dei molti titoli di cui aveva diritto di fregiarsi. IL CARTEGGIO DEL BELGIOIOSO. Nel 1765 Lodovico Barbiano di Belgioioso venne inviato a Stoccolma con la carica di ministro plenipotenziario imperiale, e nel 1769, come ambasciatore cesareo, si trasferì a Londra.  Aumentando il suo prestigio presso la corte austriaca venne nominato Tenente Maresciallo e Consigliere Intimo tanto che nel 1779 accompagnò alla corte di Francia Giuseppe II. Dal 1765 al 1789 Lodovico venne raggiunto nelle varie sedi dalle lettere del fratello Alberico che abitava a Milano. Il carteggio fra i due fratelli si può forse paragonare a quello più celebre dei Verri, perché Alberico manda puntualmente al fratello lontano le notizie più importanti, più curiose o più pettegole riguardanti la città e la nobilita di Milano. Molto spesso le lettere non sono che fedeli trascrizioni di quelli ” Avvisi ” scritti a mano che alcuni noti garrettanti, e di cui i nobili si servivano, per avere quelle notizie magari soppresse, nelle gazzette, dalla censura. uno di questi giornalisti in nuce era un tal dottor Stampa, che esercitava il mestiere di ” Norcino ” al Teatro Ducale della città, i cui avvisi erano, pare, più vivaci e interessanti degli altri. E così Lodovico veniva a sapere delle terze nozze di Francesco III d’Este, duca di Modena, che nel 1754 si era stabilito a Milano, e delle sue smanie di divertimenti, delle sue piccole e grandi manie. Per esempio il principe aveva la cateratta ed era quasi cieco, ma non voleva che lo si risapesse, per cui quando ricevette  a Varese la visita del matematico padre  Lechi, venne appositamente avvertito che l’ospite portava un abito sul verde. E subito il principe le disse: ” Ma che bell’abito verdolino“, al che pronto il Lechi rispose: ” Ma com’è brava a indovinare Vostra Altezza Serenissima “, e sua Altezza Serenissima se ne seccò molto.

Ma anche la nobiltà milanese dà molti spunti alle lettere del Belgioioso che parla sovente delle famiglie più in vista, quali i Borromeo, gli Archinto e i Litta. Si vengono a sapere le manovre e le fatiche della marchesa Litta per accasare le numerose e belle figlie, aiutata in ciò dal marchese Moriggia. E seguono i pettegolezzi e gli intrighi sollevati dall’arrivo e dal lungo soggiorno del conte e della contessa di Dublino; le avventure di Costanza Fagnani, madre di quella contessa Arese che divenne amica del Foscolo. Ma Alberico parla al fratello anche di cose serie, di quanto avveniva cioè al Senato, e delle vicende delle varie Accademie, e di quanto succedeva tra gli ecclesiastici. UN AMORE DI STENDHAL. Nel palazzo detto dei Besana, che fa corpo con la casa degli Omenoni ma si affaccia su piazza Belgioioso, visse una donna invano amata da Stendhal: Matilde Dembowski Viscontini. La famiglia Viscontini era allora proprietaria del palazzo; e Matilde si era ritirata qui, presso il fratello, dopo essersi divisa dal marito, il barone polacco Giovan Battista Dembowskyi, divenuto generale sotto le insegne di Napoleone; uomo stravagante, d’ una cui bizzaria – del resto piuttosto innocua – si parlò a lungo ( Aveva salito a cavallo le scale di una casa in via Sant’ Andrea, per rendere omaggio più da vicino a una graziosa dama affacciata alla finestra ).

Molto bella, pare, molto intellettuale. Matilde riceveva nel palazzo allora santuoso, uno scelto gruppo di amici; si era fatta allestire una saletta azzurra, a imitazione d’un famoso salotto parigino, egualmente azzurro di M.me de Rambouillet e qui soleva ritirarsi per leggere e meditare. Stendhal non ebbe fortuna con lei, che molto gli preferiva un altro ammiratore e corteggiatore, il Foscolo. Matilde lo lasciò partire disperato, quando nel 1821 le autorità, insospettite dalle sue amicizie liberali, lo allontanarono da Milano; ma lo scrittore non la dimenticò, e volle adombrare le vicende di quell’amore in un romanzo autobiografico peraltro rimasto allo stato di abbozzo.

BENADIR, via – Gli avanzi dell’ impero. Benadir si chiama la costa della Somalia, da Italia alla foce del Giuba, l’entroterra fino allo Uebi Seebeli. Il sultanato di Zanzibar affittò la regione all’ Italia nel 1892 e, gliela vendette nel 1905 per 3 milioni e 600 mila lire.

BERGAMINI, via – La strada dei formaggiat. Qui avevano sede un tempo i venditori di formaggi e latticini in genere, detti bergamini perchè scendevano da Bergamo e provincia a svernare con le greggi nella pianura intorno a Milano.

BETTONI, via – l’antenato dei paperback. Niccolò Bettoni, al quale è dedicata la via, fu un editore; visse dal 1770 al 1842. Per primo in Italia pubblicò edizioni popolari.

BIGLI, via – Steinberg a Milano. Nell’ atrio della casa al numero 5 della via dal 1961 si può ammirare un graffito in bianco e nereo opera di uno dei più famosi cartooniss dei nostri tempi. Saul Steinberg, che in quegli anni lavorava a Milano come collaboratore del settimanale umoristico < Candido . Ora Steinberg vive a New York e le sue famose ” Vignette ” appaiono ogni settimana sul ” Yorker “. Vi si vedono uniformi, tra le altre quella che Luciano Manara aveva addosso quando fu ferito ( E le redingote nera di Nino Bixio ), cappelli e cimieri, bandiere: preziosissimo lo stendardo dei Cacciatori a Cavallo della Legione Lombarda, uno dei primi tricolori italiani; sconcertante lo stendardo dei Cacciatori della morte, un pò “Precursore “, fregiato com’è da un grande teschio con ossa incrociate. Poi quadri, busti, stampe, prime edizioni di libri, sentenze; come la condanna a morte, subito commutata in carcere duro, del Confalonieri e degli altri arrestati con lui; la condanna a morte di AntonioQui chiamato proprio Antonio, non Amatore ) Sciesa, il tappezziere che, colto ad affiggere proclami rivoluzionari, rispose ” Tiremm innanz  quando gli fu proposto di tradire i suoi compagni in cambio della salvezza e il 2 agosto 1851 venne, in mancanza del giustiziere, fucilato anziché impiccato come doveva. Un piccolo tricolore di panno è quello che sventolò dall’alto di Sant’Eustorgio durante le cinque giornate. Una campana fissa era dal trecento sulla torre del Broletto, in piazza dei Mercanti, e si spezzò suonando a martello il 22 marzo del 1848, il giorno in cui il governo provvisorio deliberava:  ” Cittadini, l’ armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che vuol combattere. Le campane  a festa rispondono al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente conbattere e lietamente morire .

Fra i cimeli più importanti, il sigillo del Regno Italico, in oro massiccio cesellato, valutato – pare, e non solo, certo, per il pregio del materiale – varie decine di milioni di lire. Fra i meno attesi, una serie di cimeli massonici ( Una fascia ricamata, con il numero 33 inserito in un triangolo; una collana; varie medaglie; un piccolo teschio d’oro con piccole ossa incrociate ). Particolarmente suggestivi i cimeli napoleonici: un paio di speroni d’ argento; il cappello che l’ ex imperatore portava a Santa Elena, tabacchiere; un cofanetto simulane la copertina d’ un grosso libro, nel quale Napoleone chiudeva i libri preferiti per portarli con sè nei suoi spostamenti; un piccolo calamaio di porcellana celeste e oro del quale si servì nei cento giorni. Infine, nella teca più attentamente sorvegliata, i cimeli della incoronazione a re d’ Italia, avvenuta il 26 maggio 1805 nel Duomo ( Piazza del Duomo, cointeressando l’ Onnipotente ); lo scettro; la mano di giustizia ( Una manina d’ avorio, un pò sinistra, in cima a una specie di scettro più piccolo); un gran manto di velluto verde, con una manica sola, fregio di quadrifogli in gros-grain, grande fascia ricamata in oro; una corona d’oro con grosse pietre; non quella con cui Napoleone  fu incoronato ( Per l’occasione infatti un distaccamento della Guardia Nazionale di Milano andò a Monza a prendere la Corona Ferrea), ma un’altra più leggera, e inoltre più o meno sua, che il Bonaparte portò nelle cerimonie dei giorni successivi.

BORROMEO, piazza – Un’ importante famiglia. La piazza porta il nome dell’ aristocratica famiglisa che qui ebbe il suo palazzo, l’ edificio quattrocentesco di fronte alla chiesa di Santa Maria Podone del quale i bombardamenti del 1943 hanno lasciata intatta solo la facciata e piccola parte dell’interno. Nella cappella del palazzo avvenne il famoso tentativo di assassinio di San Carlo Borromeo da parte del frate Farina. L’ ATTENTATO. Intorno al 1569 il cardinale arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, ricevette dal papa l’incarico di riformare l’ordine degli Umiliati, ricco di lasciti e prebende. San Carlo si recò subito al capitolo generale dell’ordine, che aveva sede a Cremona, e fece conoscere la volontà papale. Costretti a severe riforme i monaci non si adattavano tanto facilmente a penitenze e costrizioni e alcuni di loro cominciarono a complottare. Si riunirono frà Geronimo Legnano, prevosto di Vercelli, frà Lorenzo Campagna, prevosto di Levate, frà Clemente Marisio, prevosto di Caravaggio, e fra Geronimo Donati, detto il Farina Milanese. Dopo molto discutere decisero che solo la morte di Carlo Borromeo poteva sistemare le cose dell’ ordine: il Farina si offrì di compiere il delitto, mediante archibugiata, mentre l’ arcivescovo officiava in San Barnaba; gli altri promisero di fornire il denaro occorrente. Il denaro venne chiesto dai congiurati al priore monsignor Toso che volle sapere a cosa serviva e, quando lo seppe, rifiutò assolutamente di darlo. Spinti dalla necessità i quattro decisero di rubare gli arredi d’ argento che ornavano l’altare maggiore della chiesa di Brera della Croce nel giorno dell’Ascensione. il Farina si fece rinchiudere una notte nella chiesa e, praticato un foro nella sacrestia, si involò con gli argenti, senza venir sospettato. Realizzato il guadagno, mancavano ancora 40 scudi, per cui si decise di rubarli alla cassaforte del priore monsignor Toso, e mentre il prevosto di Vercelli faceva chiacchierare il priore gli altri tentavano lo scasso, ma fallirono. Il Farina, che a Mantova  vendendo gli arredi ad un ebreo aveva realizzato 150 scudi, stanco della cosa se ne andò a Venezia ove sperperò in breve tempo i denari rubati. Si recò allora a Corfù, poi tornato a Venezia, si portò a Brescia, rubò una mula, la vendette, giunse a Bergamo con un’ altra cavalcatura e, recatosi a Lugano, comperò due piccoli archibugi. Tornato a Milano si nascose in una casa semidiroccata nei pressi di San Vittore. Mandò a chiamare i complici e disse che se gli procuravano un pò di soldi avrebbe eseguito l’ incarico. Quella sera stessa si appostò in San Barnaba, dove l’ arcivescovo officiava, ma siccome San Carlo era circondato da molti ecclesiastici preferì rimandare. Si nascose allora nella cappella di casa Borromeo e qui, all’una di notte, mentre il cardinale riunito con i familiari pregava e cantava << Nolite timere >>, gli sparò. Il cardinale non si spaventò e rimase incolume, il Farina riusci a fuggire. Il delinquente si recò a Chivasso e si arruolò, ma due suoi complici si recarono dal cardinale stesso a denunciarlo. In seguito ad una scomunica papale San Carlo imprigionò il Legnano e il Campagna e si fece consegnare dai Savoia il Farina. Per sette mesi i tre furono torturati e interrogati nelle prigioni dell’Arcivescovado. il 2 agosto di quell’anno, 1570, Legnano, prevosto di Vercelli, e Campagna, prevosto di levate, furono portati sulla piazza a Santo Stefano e, dopo aver fatto pubblica ammenda, vennero decapitati. il Farina e l’ altro complice furono impiccati. Una relazione del fosco episodio è conservata alla Biblioteca Ambrosiana. L’ OLIO DEI BORROMEI. Entrando in piazza da via Santa Maria Podone, si vede a destra la statua in rame di San Carlo Borromeo, opera del Bussola, qui trasferita intorno al 1770 da piazza Cordusio dove il cardinale Federico l’ aveva fatta erigere, al principio del seicento, nel luogo d’una delle tanti croci collocate dallo stesso San Carlo ai crocicchi cittadini nel tempo della storica peste. Da piazza Cordusio, la statua fu poi tolta per regioni di viabilità;  si raccontava che un governatore di Milano ci fosse andato a sbattere contro con la sua carrozza e che fosse uscito in esclamazioni irritate, dicendo che quel San Carlo così ingombrante se lo prendessero i Borromei e se lo mettessero nella loro piazza, e così fu fatto. Sotto il basamento della statua furono trovati, si racconta, otri di terra che il conte Gilberto V fece portare a palazzo Borromei e riporre nella cantina, dopo averli riempiti di un olio che si credeva rimedio infallibile contro i morsi di vipera. Li scovarono i croati che scelsero a proprio alloggio il palazzo, sloggiandone temporaneamente i nobili inquilini, al ritorno degli austriaci nell’agosto del 1848; e si scolarono l’olio antivipera, non si sa con quali effetti. Due otri vuoti, si conservarono per molti anni nella camera sul cortile, affrancata da un ignoto lombardo della metà del quattrocento con scene di giochi ( Della palla, della palma, dei tarocchi ) che in stile gotico internazionale rievocano i costumi della upper class del tempo. Nel locale oggi ha sede uno studio di indstrial designers. Degli otri non v’ è più traccia. Gli affreschi si stanno rapidamente deteriorando per l’umidità. SGU’RA LA TAZZA. Uno degli affreschi riproduce un noto gioco infantile che a Milano veniva chiamato sguralatazza, e in Toscana guancialino d’oro: consisteva nell’ indovinare, da parte di uno dei partecipanti, a turno, chi dei compagni gli aveva dato uno schiaffo sulla schiena. Il gioco era accompagnato dalla filastrocca:

Sgùra la tazza,
Sgùrela ti.
Dagh on pugn,
Va via de li.

UN SANTO IN MENO. Biornet, cattolico, nel 1724 affermò che le spese sopportate dai milanesi per la canonizzazione di San Carlo Borromeo erano assommate alla notevole cifra di 10.000 scudi: Questo prosciugante esborso sarebbe stato la ragione della mancata richiesta di canonizzazione del cardinale Federico Borromeo, nipote di San Carlo, altrettanto degno della gloria degli altari. A titolo di curiosità. Un Borromei fu il primo a Milano a far uso di una cambiale: la spiccò nel 1325 sulla città di Lucca.

Scheletro con i guanti. La Chiesa di Santa Madonna Podone, in piazza Borromei, fu fatta erigere nel IX secolo da un Rufo, o Verulfo, Podone, figlio di un Rodolfo soldato di Carlo Magno, e venne in seguito più volte rimaneggiata. Nel corso dei lavori ordinati nel 1625 dal cardinale Federico Borromeo fu trovata una cassa di piombo contenente i resti d’ un uomo sepolto con saio e guanti. Si è pensato che fossero i resti del fondatore della chiesa.

BOSCAIOLA, via – Cascina fra i boschi. La via porta lo stesso nome d’ una cascina che vi sorgeva un tempo, tutta circondata da boschi.

BRERA, via – La Braida degli Umiliati. Dov’è il palazzo di Brera fu in antico la prima e principale casa della potente confraternita degli Umiliati. Il nome Brera deriva da Braida, a sua volta corruzione del latino proedium, campo; e la Braida degli Umiliati era detta << Del Guercio >>, essendo il terreno dono degli umiliati di un Algiso detto il Guercio. Quanto alla confraternita, alcuni ritenevano che fosse stata fondata da nobili milanesi che, vestiti di bianco, avevano piegato il ginocchio davanti al Barbarossa implorando pietà; altri ( E forse gli umiliati stessi, desiderosi di nobilitare le loro origini ) ne facevano risalire la fondazione ad altri aristocratici milanesi che, avendo parteggiato per Arduino primo re d’Italia, erano stati confinati in Germania dall’ imperatore Enrico II, vincitore di Arduino. Radunatisi a Bamberga, gli esuli si erano dati a vita comune, avevano imparato a lavorare e a guadagnarsi da vivere, e contenti di poco donavano il superfluo ai poveri.
Nel 1016 ebbero il permesso di tornare in patria dall’ imperatore, che nel concederlo volle però commentare: “ Eccovi veramente umiliati! “, ( Secondo altri però il nome andava spiegato con l’umiltà che gli esuli avevano imparato nella sventura e conservato poi nella buona fortuna ). Tornati alle loro case, quei nobili si diedero con le loro mogli a lavorare le lame e a commerciarle, vivendo un’ esistenza austera divisa fra lavoro, studio e preghiera. Fin qui la leggenda. Nella realtà gli umiliati appartenevano per la maggior parte al ceto operaio. La confraternita ebbe nel 1201 l’ approvazione papale. Si era divisa in tre ordini, uno composto dagli Umiliati che continuavano a vivere nelle loro case e famiglie, uno costituito da frati e suore laici che vivevano in comune in case ( Domus ) però divise in chiostri femminili e maschili, un terzo costituito da frati ( Poi preti ) e suore consacrati a dio. Avevano per patrono San Giovanni Oldrado di Meda, fondatore di molte loro case, al quale un angelo imbandiva la mensa e che portava in capo una colonna di fuoco. Fabbricando panni, sete, tessuti d’oro e d’argento per paramenti ecclesiastici, la confraternita divenne la più importante di Milano, con una casa per ogni porta della città; esportava panni in tutta Europa, i suoi membri erano chiamati in ogni parte d’ Italia a insegnare l’arte della tessitura. Nel 1305 fondò manifatture fino in Sicilia. Con i cospicui guadagni, gli Umiliati acquistavano terre, soccorrevano i bisognosi, sovvenzionavano il comune e anche alcuni sovrani, fra cui Enrico VII. Ma col tempo, scrive Cesare Cantù, gli Umiliati tralignarono <Le ricchezze ben acquistate furono convertite male; all’ operosità subentrarono l’ozio e i vizi che ne conseguono; immensi tenimenti erano goduti in commenda da pochi prevosti che sfoggiavano il lusso di tavola e di trattamenti>, e da tutto questo nacquero tanti scandali che fu necessario tentare la riforma dell’ordine, affidata a San Carlo Borromeo (Di qui l’attentato del Farina: vedi piazza Borromeo, L’ attentato ). Soppressi gli Umiliati, la sede passò ai gesuiti. Soppressi anche i gesuiti, l’edificio ospitò varie istituzioni finché vi si insediarono l’ accademia di belle arti, la biblioteca e la pinacoteca. SCHELETRI E AVELLI. In Ascolto il tuo cuore città Alberto Savino descriveva i sotterranei del palazzo di Brera come un labirinto << pieno di scoperchiiali avelli e degli sparsi scheletri degli antichi Umiliati >>. ancora Savino raccontava di un suo amico che, ai tempi in cui era studente a Brera, aveva rubato un teschio e, avvolto in giornali, era andato a posarlo in un tassi, e i giornali avevano parlato a lungo del mistero del teschio nell’automobile. Oggi, scheletri non ce ne sono più, almeno visibili: guardando attentamente, abbiamo trovato solo una vertebra, più un recente teschietto di gatto. Rimangono, in due locali, due file sovrapposte di loculi vuoti, e da una porta si può intravedere di scorcio, in un’altra stanza, una colmata di sabbia che pare Il personale ha solo ricordi vaghi) copra una gran fossa comune, e forse ancora alcuni scheletri interi. Gli studenti non scendono più là sotto; ossa e teschi sono stati tutti rubati dai loro predecessori, che li trafugavano percorrendo un lungo, strettissimo camminamento oggi non più praticato che li portava, se l’informazione è esatta, nel cortile centrale. I SONETTI DEI CONTI. In fondo alla via sorgeva un palazzo ( Ora distrutto ) che venne eretto per conto di Gian Giacomo dè Medici. Si dice che vi avesse abitato Cicco Simonetta, ministro di Francesco Sforza, decapitato a Pavia per ordine di Bona di Savoia. Il palazzo passò infine al conte Cesare Castelbarco che, con i figli, accoglieva generosamente artisti e letterati, compiacendosi egli stesso di scrivere versi e comporre musica. Così i due figli. Su di essi un vago spirito compose la canzoncina:

fa sonetti a migliaia il conte padre

fa sonetti a migliaia il conte figlio . . .

STENDHAL A BRERA. Stendhal definiva il cortile di Brera e lo scalone un insieme non grandioso, ma più bello del cortile del Louvre, e i personaggi raffigurati nei monumenti al margine del portico gli sembravano degni di essere gli allievi di Socrate.

STORIA DI UN QUADRO. Il famoso sposalizio della Vergine di Raffaello fu dipinto in origine per la chiesa di San Francesco in Città di Castello, e qui rimase sino alla calata delle armate napoleoniche in Italia: più precisamente fino al 1798, quando il Municipio lo donò al generale napoleonico Lechi, insieme attribuendoli il titolo di << Padre della Patria per aver dobato la libertà alla città, in onore della Repubblica Francese >>. non molto tempo dopo il Lechi vendette il quadro a Giacomo Sannazzari, proprietario di un palazzo oggi scomparso in piazza S. Fedele e d’ una famosa collezione d’ arte. Alla morte del Sannazzari, il quadro passo all’ Ospedale Maggiore ; dall’Ospedale, che aveva bisogno di denaro, fu ben presto ceduto allo stato. Approdò così alla Pinacoteca di Brera. La sua permanenza in questo, che sarebbe dovuto essere un rifugio tranquillo, fu turbata il 15 giugno 1958: quando un uomo armato di martello e punteruolo con il primo spezzò il cristallo che proteggeva il dipinto e con il secondo sfregiò il dipinto stesso,in parti non vitali, accanendosi sopratutto sul manto della Vergine. I segni dello sfregio sono oggi invisibili ad occhi profani nel dipinto restaurato; ed è ora difeso da un doppio cristallo e da una barriera di protezione e sorvegliato in continuazione da un custode. DUE FRATELLI E DUE PORTE. Al numero 15 c’è il palazzo del Cusani, due fratelli, che lo fecero costruire nel 1719. Si racconta che i due  non andassero assolutamente d’accordo, perciò fecero aprire, ai lati due porte, per pter entrare ed uscire dal palazzo senza doversi incontrare.

BRISA, via – O Brescia o Vinaccia. Secondo alcuni la via, che sbocca all’inizio di Corso Magenta, avrebbe preso il nome dal quartiere di immigrati bresciani qui stabiliti in epoca romana. però secondo il Colombo potrebbero derivare dal latino brisa, vinaccia, data anche la vicinanza di una via Vigna. Al numero uno, nella casa già Arconati, abitò per molti anni il maresciallo Radetzky. la sua abitazione, difesa da un fitto manipolo di soldati austriasci durante le cinque giornate del 1848, fu alla fine espugnata dai rivoltosi.

BROLETTO, via – Terra mala. Secondo la tradizione la chiesa di San Tommaso << In terra mala >> deve il suo nome al fatto che qui presso era il luogo in cui i romani torturavano e uccidevano i cristiani; qui, e non nel cimitero presso l’attuale piazza Sant’ Ambrogio, sarebbero stati ritrovati i corpi di San Gervaso e San Protaso. Secondo un’altra tradizione la chiesa venne così chiamata perchè un parroco, che si era rifiutato di dar sepoltura a un defunto, per punizione vi fu seppellito vivo: e nel momento di essere rinchiuso sotto la pietra tombale esclamò: “Oh terra mala! “.

BROLO, via – Il parco degli arcivescovi. Via del Brolo, conserverebbe nel nome il ricordo di un vastissimo brolo, cioè parco, che si estendeva fino a piazza San Nazaro in Brolo e a piazza Sant’Alessandro, vedi anche via Verziere. Apparteneva all’ arcivescovo, e gli arcivescovi vi andavano a caccia. il Barbarossa vi pose il campo  nel 1158, anno del suo ptimo assedio a Milano.

BUONARROTI, via – Le donne come Giuseppina Strepponi. Sorge in piazza Buonarroti la casa di riposo per musicisti, edificata fra il 1896 e il 1899 per volontà e grazie alla donazione di Giuseppe Verdi. Un tempo gli ospiti della casa andavano tutti vestiti come il grande maestro. << L’ uniforme >>, spiegò in un’ occasione il custode ad un visitatore, <<Sarebbe riuscita umiliante, e perciò il Maestro ha voluto che questi ospiti, questi suoiColleghi“, andassero vestiti come lui, con l’ampia giacca nera a doppio petto, la cravatta svolazzante, il cappello a larghe tese >>: l’abbigliamento, insomma, con cui Giuseppe Verdi è raffigurato nel momento di Enrico Butti al centro della piazza. << E le donne come vanno vestite? >>, volle sapere il visitatore. << Come Giuseppina Strepponi >>, rispose il custode. E dopo un pò soggiunse: <<Fornisce tutto la Rinascente >>. Ora però anche questa uniforme che uniforme non voleva essere è stata abolita, e i musicisti della Casa di riposo sono liberi di andare vestiti in qualunque modo preferiscono.

BYRON, viale – Il mare a Milano. Trivellando un pozzo in viale Byron si sono ritrovati conchiglie fossili e gusci foraminiferi, testimonianza d’ un tempo in cui la pianura padana non esisteva ancora e qui si stendeva il mare. Risalgono al periodo quaternario, l’era geologica che vive la comparsa dell’uomo sulla terra.

 

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CAMINADELLA, via – Ricordo di camini viscontei. I fogher di fango impastato e rappreso, fuoruscenti dai tetti di paglia, erano in epoca comunale i camini dei milanesi poveri. Ad ogni modo in era viscontea il fatto di possedere una casa munita di camino in muratura doveva fare ancora scalpore, se tanto evento valse a dare il nome all’umile strada. Che poi così umile non era, dal momento che questa Camminadella, in piena Milano romana e romanica ( Oggi si dice << Nel cuore del Lanzone >> ), allineava tra le vecchie bicocche un bel palazzotto visconteo, bombardato nel 1943, venne poi tranquillamente << Fatto fuori >> del tutto.

CAMPO LODIGIANO, via – Accampamento di bravi lavoratori. Pare che la via si chiami così perché nel lontano 1162 vi posero il loro accampamento soldati lodigiani alleati al Barbarossa, che, dopo la resa di Milano, furono adibiti a demolire il quartiere Orientale ( Oggi di porta Venezia ).

CANONICA, via – I cinesi a Milano. Via Canonica  è la via dei cinesi; e i milanesi che li sentono parlare italiano con loro, e cinese tra sè; che li vedono giocare a briscola con loro, e a mah-jongg tra sè  provano un misto d’ammirazione e di invidia. Il milanese anche in questo è italiano; gli stranieri gli fanno effetto. Eppure ci fu almeno un milanese che andò in Cina, e imparò qualcosa di più della lingua e della briscola. Il padre Giuseppe CastiglioneNato a Milano nel 1698 ) andò missionario in cina nel 1715Vi morì nel 1768 ). Qui si diede alla pittura e, marginalmente all’arte di arricchire i giardini, fu prediletto dall’ imperatore Ch’ien-lung che lo considerava il migliore dei ritrattisti e, sotto il nom de plume di Lang Shihning, è tuttora considerato dai critici locali ( Guardie rosse permettendo ) e dagli studiosi internazionali, uno dei più grandi pittori cinesi di tutti i tempi. Egli adottò infatti le tecniche pittoriche dei suoi ospiti, rapito dalla loro straordinaria raffinatezza; unica traccia della sua origine meneghina, o europea, che fa lo stesso, almeno in questo caso, sono certi principi prospettici orientali che fanno capolino a volte nei suoi quadri. Alcuni dei quali furono portati dalla Cina in Europa, come capolavori d’arte cinese tipica, appunto; e li si può ammirare, per esempio, al Musèe Guimet di Parigi, senza sapere che questo grande genio <<Giallo>> era nato all’ombra della Madonnina. I PRIMI CNESI A MILANO. Nel 1287 due cinesi, nestoriani, a nome Sauma e Marco, arrivarono a milano e poi tornarono in cina a raccontarla. per le date, Marco Polo era partito da Laiazzo nel 1271. arrivando per combinazione, proprio ai primi di quella che per loro era già quaresima, trovarono ancora la metropoli lombarda nel bello del carnevale: il Carnevale Ambrosiano. ma i due cinesi nestoriani del secolo XIII non lo sapevano. << Perché >> chiesero allora << Mentre i fedeli già in questi giorni digiunavano sull’ intera terra, persino nella lontana Cina donde veniamo, e voi ancora indulgete ai piaceri, e vi separate così dagli altri fratelli? >>. << Fratelli >> risposero i milanesi, << dovete sapere che quando i primi portatori della buona novella giunsero a milano, i nostri antenati erano così deboli, ma così deboli, che non stavano in piedi dalla gran debolezza che avevano. dunque i portatori della buona novella dissero loro: ” Ho, poveretti, aspettate ancora una settimana prima di digiunare! ” E così ancor oggi noi cominciamo la quaresima una settimana dopo, facciamo carnevale una settimana di più >>. Il brano della cronaca di Sauma e Marco è pubblicato in una antologia. The Great Chinese Travelers curata da Jeannette Mirsky ed edita dalla Pantheon Books di New York nel 1965.

CANTU’, via – I ratti famelici. Si chiamava un tempo via Ratti; secondo alcuni perché vi stava un mercante le cui merci furono tutte rosicchiate dai topi; secondo altri perché vi si trovava, sul pianerottolo di una casa, una scultura in terracotta rappresentante la Madonna con il bambino in braccio e su di una spalla quello che viene comunemente definito un topo a coda di scoiattolo, ma in realtà sembra un ghiro. La Madonna, quando la casa venne demolita, fu trasferita in via Santo Spirito.

CAPELLARI, via – Miracolo economico. Via Capellari prima si chiamava Contrada dei Berrettai; poi i Berrettai cedettero il posto ai Cappellari, e la strada cambiò nome.

CAPPUCCINI, via – Renzo e Barbarossa. La via si chiamava un tempo vicolo: dei Cappuccini di porta Orientale. era augusto, stretto fra mura intramezzate di baracche e casupole. su di uno spiazzo, sorgeva il convento di Padre Bonaventura, al quale Renzo Tramaglino porta la lettera di Fra Cristoforo: << Dove ora sorge quel bel palazzo, quell’ altro loggiato [ palazzo Saporiti ] c’ era allora, e c’ era ancora non sono molt’ anni, una piazzetta, e in fondo a quella la chiesa e il convento dei capuccini, con quattro grand’olmi davanti >>, scriveva il Manzoni. Molto prima, nel 1158, nei prati che si stendevano in direzione degli attuali Giardini Pubblici si accampò parte delle truppe del Barbarossa intente ad assediare per la prima volta Milano.

CAPPUCCIO, via – Umiliate incappucciate. Qui sorgeva un monasterodi monache Umiliate, che portavano il cappuccio come i frati; onde il nome della strada. Del monastero sopravvive il bellissimo chiostro restaurato, incorporato oggi nella casa al numero 3.

CARDINALE ASCANIO SFORZA, via – La Chiesa Rossa. Sulla sinistra, venendo da piazza XXIV Maggio,  sorge una delle chiese meno note di Milano, Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, detta tout court, la Chiesa Rossa. Lavori di restauro la liberarono dalle casupole che le erano sorte intorno e la chiesetta, nella quale si fermò Beatrice d’ Este, giovine sposa di Ludovico il Moro, durante il viaggio da Pavia a Milano, fù ben presto restituita a nuovo splendore. La chiesa che compare per la prima volta in un documento del X secolo, venne più tardi distrutta dal vendicativo Barbarossa; secondo una fonte i milanesi l’avrebbero ricostruita così in fretta da potersi riunire con i loro alleati nel 1176, a cantare il Te Deum dopo la sconditta del gran nemico a Legnano. Venne nel 1200 allagata per impedire l’ avanzata delle truppe di Federico II; si salvò solo la parte absidale e il resto venne riedificato agli inizi del 1300. A quei tempi si chiamava Santa Maria la Rossa, ed aveva annesso un convento soppresso nel 1782.

CARDINAL FERRARI, piazza – Arcadi in vaghissimo giardino. Su un lato della piazza, all’ imbocco con la via privata Marchiondi, accanto all’istituto dei rachitici Gaetano Pini, un enorme cedro del Libano protetto da un’ aiuola di cemento è un residuo d’ uno fra i più famosi giardini: il <<Vaghissimo giardino, ornato dè più odorosi e rari fiori, con alte piante di cedtri >>, creato da don Carlo Pertusati, presidente dell’eccellentissimo senato milanese e gran cancelliere. All’ ombra di questi alberi, nel profumo di quei fiori, si adunavano a recitare i loro componimenti gli Arcadi milanesi, membri della Colonia fondata nel 1704 a opera di padre Gian Antonio Mezzabarba, chierico regolare della Congregazione Somasca. Il Giardino Pertusato era anche detto Giardino Erculeo, perché al centro vi sorgeva una grande statua di pietra raffigurante il semidio. Parte del giardino venne, ed è tuttora, annessa all’ istituto Pini, e procedendo nella via privata dietro il cedro del Libano è possibile vedere la statua di Ercole.

CARROBBIO, largo del – Culto mitraico. Nel palazzo Visconti al Carrobbio era conservata un’epigrafe che confermava l’esistenza, forse in quella stessa zona, di un << Antro Aciliano >> dedicato al culto mitico, di cui era pater patratus P. Acilio Pisoniano. LA TORRE DEI LEBROSI. Il Carrobbio era in antico, uno dei punti centrali della città. Vi si leggevano le condanne, vi si proclamava la concessione della libertà agli schiavi. In epoca romana si chiamava << Carruvium >>. Più tardi si chiamò Carraria, perché spazioso e quindi adatto al transito dei carri. Sorgeva qui anticamente una chiesa dedicata a San Materno, e una torre detta la Malsana perché vi si ricoveravano i lebbrosi. Della torre sono ancora visibili gli avanzi sul lato destro del largo. SULLA STRADA DEI RE MAGI. Si apriva sullo spiazzo una famosa osteria chiamata << Dei tre Scanni >> di cui il poeta Carlo Maria Maggi parla ancora nel ‘600. I tre scanni erano quelli messi a disposizione dai tre prelati incaricati di portare in solenne processione annuale le relique dei Re Magi; la strada da Sant’Eustorgio era lunghetta e la sosta all’osteria del Carrobbio divenne indispensabile.

LA GHITA E IL MAGO. Al Carrobbio abitava Ghita, fruttivendola giovane e leggiadra andata sposa a Battista pollaiolo, al quale aveva dato un bel bambino. Battista andava in campagna a commerciare i polli e la Ghita lo aspettava nell’ umile casa cantando al figlio la cantilena dei pollaioli:

Fà ninin popò

vegnarà a cà el papà

el portarà el cocò

Mentre il piccolo Riccardino sta per addormentarsi ecco entra uno strano personaggio che compie davanti agli occhi atterriti di Ghita i più strani sortilegi, facenfo apparire angeli e demoni finchè la poverina, stringendo il figlio al seno, cade svenuta. Lo sconosciuto allora la porta con sè. Intanto Battista pollaiolo sta per addormentarsi ecco entrare uno strano personaggio che compie davanti agli occhi atterriti di Ghita i più strani sortilegi, facendo apparire angeli e demoni finchè la poverina, stringendo il figlio al seno, cade svenuta. Lo sconosciuta allora la porta con sè. Intanto Battista pollaiolo è arrivato a San Donato e si ferma in osteria dove si riuniscono i suoi amici. Quì incontra sconosciuti che gli offrono da bere e cercano in tutti i modi di trattenerlo. Battista per un pò resta ma poi sente crescere dentro l’ inquietudine e si congeda affrettandosi verso casa. Giuntovi trova tutto deserto e da segni di disordine  in cucina capisce che la Ghisa è stata rapita. Ora per sapere come stanno le cose bisogna fare un passo indietro e arrivare a Venezia: due giovani si amano, Giacomo Foscari, figlio del Doge, e Giulia Zeno. Si sono conosciuti ancora bambini e i loro padri hanno acconsentito al fidanzamento. Sennonchè nemici del Doge Foscari tramano nell’ ombra e per danneggiarlo denunciano al consiglio dei Dieci il figlio Giacomo accusandolo di peculato. Il Doge, che sa il figlio innocente, lo spinge tuttacia a fuggire, ben conoscendo i sistemi in uso per far confessare gli imputati. Il giovane viene condannato in contumacia. Il padre della bella Giulia non lo reputa più un buon partito, e promette la figlia al nobile Almor Donati. Ma un altro ha messo gli occhi sulla figlia di Zeno e geloso di Almor lo aspetta una notte e lo fiunisce a pugnalate, poi fugge. Accanto al morto viene trovato un servo di Giacomo Foscari e tutti sono convinti che il giovane figlio del Doge abbia ucciso il rivale fortunato. Il vero assassino, noto con il nome di Mago Sabino, si stabilisce in Romagna, ove pratica le negromanzia e diventa tristemnente famoso per le orge, le ruberie e le nefandezze che compie. Ormai odiato da tutti, il Mago Sabino reputa opportuno cambiar aria e si trasferisce in un bellissimno palazzo a Milano pieno di ogni comodità, di servi e di schiave. Passando per il Carrobbio, il turpissimno individuo ha visto la Ghita, mala sorte, assomiglia a Giulia Zeno: per il mago vederla e impadronirsene è tutt’uno. La povera si risveglia nel lussioso palazzo del mostro e si avvede che in una stanza vicina dorme tranquillo il piccolo Riccardino. Viene accudita da splendide, discinte ragazze; giornalmente deve sopportare gli assalti del mago, che la vuole sedurre e le promette, se gli si nega, terribili tormenti. Intanto Battista pollaiolo viene convinto da un accolito del mago: a rapire sua moglie è stato uno nobile veneziano . . .  che sta per partire su di una nave alla volta di Corfù . . . portando per suo diletto sul battello . . . la Ghita e le altre fanciulle rapite . . . con questi argomenti il malvagio emissario riesce a far arruolare al servizio della Serenissima Battista, che sale a bordo della nave di Pier Donati ( Fratello dell’ ucciso Almor: questo sarebbe il presunto rapitore di Ghita . . . ), e solo arrivato a Corfù capisce di essere stato beffato. Chi lo ha tratto in inganno viene ferito a morte in una rissa e gli rivela la verità. Battista si fa ricevere da Pier Donati e gli racconta le sue disavventure. Pier Donati ricostruisce gli eventi e capisce che il rapitore di Ghisa e l’ uccisione di suo fratello sono la stessa persona. Fa vela con Battista a Venezia, denuncia l’ assassino e riesce a ottenere un mandato di arresto per costui. Intanto a Milano le lacrime della bella Ghita riescono a trapassare la corteccia di turpidine del mago che ben presto decide di mutar vita e di chiedere perdono delle sua infinite ed esecrande colpe. Fa chiamare una notte il priore di Santa Maria delle Grazie, padre Bonaventura da Sploleto e confessa i suoi peccati, chiedendo l’ assoluzione. La riceve; deciso a cambiar vita consegna Ghita a padre Bonaventura, e regala le sue ricchezze ai servi. Costoro, per derubare l’ antico padrone di quanto gli è rimasto, entrano di notte nel plazzo e lo pugnalano. Così quando Pier Donati e Bartista pollaiolo arrivano a Milano la tragedia è compiuta e risolta. Pie Donati è vendicato e Battista, che dal nobile veneto ha ricevuto una discreta somma, corre a Santa Maria delle Grazie ove può finalmente abbracciare la fedele Ghita e il caro Riccardino.

CASE ROTTE, via – Rompere ossa distrutte. La breve via che reca questo nome ricorda la distruzione delle case dei TorrianiChe sorgevano qui vicino ) ad opera dei partigiani dei Visconti.

CASTELBARCO, via – Morte di Vione Squilletti. La via si chiamava in antico strada di Morivione, dal motto – se dobbiamo credere a una vecchia guida – << Quì morì Vione >>, da un oste posto a insegna del suo esercizio. l’ eroe eponimo, Vione, avrebbe portato il cognome Squilletti, e sarebbe stato il capo d’ una banda detta di San Giorgio, che taglieggiava chiunque le capitasse tra le grinfie. Intorno alla metà del secolo XIV Vione e la sua banda, spintisi fin sotto le mura della città, sarebbero stati affrontati e sanguinosamente sconfitti da Luciano Visconti, signore di Milano. I borghigiani, liberati da quel gran peso, pieni di gratitudine avrebbero rifocillato i vincitori, che avevano fame e sete, con pane giallo e latte. Indi l’ usanza, durata a lungo e venuta meno male solo da qualche decennio, di festeggiare il giorno di San Giorgio con pane giallo dolce ( Pan de meìn ) e latte o panna.

CASTELLO, parco del – Un occhio in più. Il Parco si stende sull’ area occupata un tempo dalla piazza d’ armi e del parco dei Visconti, che quando andavano a caccia. Si racconta che un giorno Bernabò Visconti vi sorprese un suo soldato, intento a prendere di mira una lepre; gli chiese perchè chiudesse un occhio, e come quello gli rispose che era per prendere meglio la mira il crudele Bernabò, gelosissimo della propria selvaggina, ordinò che l’occhio superfluo gli venisse issofatto cavato. A lui, spiegò, le cose superflue non piacevano.

LE SORELLE GHISINI. Il ponte che scavalca il ruscello del parco è il vecchio ponte che passava sul Naviglio di via San Damiano, popolosamente detto Ponte delle Sirenette per le figure in ghisa che lo decoravano ai quattro angoli. Le graziose figurette a seno scoperto colpirono molto la fantasia dei milanesi, e per l’ inconsueto materiale in cui vennero realizzate si meritarono il nome di Sorelle Ghisini.

IL FANTASMA DEL PARCO. Non era proprio un fantasma, ma una giovane donna, sempre vestita di nero, con il volto coperto da un velo anche nero. Allora verso il secondo del ‘900, il parco non era luogo d’ elezione delle prostitute, benchè vi indugiassero le coppiette; faceva quindi meraviglia e spavento al viandante notturno il veder uscire dall’ ombra quella strana figura.  Se il viandante era uomo e abbastanza giovane, poteva capitargli d’ essere preso per mano dalla sconosciuta e trascinato via. Pochi erano quelli che puntavano i piedi o si svincolavano; la misteriosa donna appariva bellissima e, stando all’agilità dei movimenti, ancor giovane. Dopo una passeggiata più o meno lunga, sempre in silenzio, la coppia di fresco assortita giungeva a una villa d’ aspetto signorile, in un angolo del parco ( Ma giri e rigiri erano stati tanti, al buio, che nessuno ci si raccappezzava ). La donna velata apriva il cancelletto con una chiave, e introduceva l’ ospite. Servitù non se ne vedeva: la casa era lussuosa, tutta parata a lutto. A letto, nuda, lei rispondeva alle fantasie suscitate da vestita; silenziosa, era un’ amante esperta e appassionata; sul volto, recava anche nei momenti di maggior intimità, una maschera nera. Alcuni, per curiosità o per accidente, le tolsero la maschera e poterono vedere il segreto della misteriosa creatura: non aveva volto, ma un cranio quasi scarnificato. La leggenda dice che fosse una donna-vampiro, una parente del diavolo; forse, più semplicemente, era affetta da una anomalia di nascita o pativa le conseguenze di una malattia, di una disgrazia. Naturalmente chi potè fissarla in questa totale nudità se ne scappò inorridito. Resta il fatto che nessuno seppe più ritrovarne la casa, rimasta pertanto favolosa e irranggiungibile, in un angolo del parco, come la sua padrona. PICCOLI COMIZI DI FEGATOSI. Milano ha il Hyde Park Corner a 100-150 metri dall’ ingresso dell‘ Arena, dove attorno ad una fontanella d’ acqua leggermente solforosa e diuretica s’improvvisano comizi e dibattiti. Le discussioni sono partricolarmente animate perchè i partecipanti sono nella maggioranza malati di fegato che qui convengono attratti dalla virtù terapeutica di quell’ acqua.

CASTELLO, piaza – Il viaggio dello sposo. Nel 1473 Galeazzo Maria Sforza trovò il modo d’abbreviare la via fluviale tra Milano e Pavia, facendo fare lavori nel canale tra Binasco e Pavia, cosicchè Girolamo Riario, sposo della decenne Caterina Sforza, potè il 7 settembre dello stesso anno salire su una nave nelle fosse interne del Castello Sforzesco e arrivare al Castello di Pavia la sera stessa, alle ore 21,00. LA TORRE DI BONA. La torretta nel cortile della Rocchetta è chiamata Torre di Bona di Savoia perchè qui Bona, vedova dell’ assassinato Galeazzo Maria, si rifugiò con i figli per sfuggire alle insidie del cognato Ludovico il Moro, aspirante al ducato. Il primo round fu vinto dal Bona, che con l’aiuto del Cicco Simonetta riuscì, nel 1476, ad assumere la reggenza per il figlio Gian Galeazzo e a cacciare i cognati dalla città. Ma nel 1478 incauta richiamò Ludovico, che a sua volta la costrinse ad abbandonare Milano e a cedere a lui la tutela del figlio, che Bona potè rivedere, morente, solo nel 1494.

GZ  MA  DX  MI. Al museo d’arte antica del Castello sforzesco, nella sala XI detta << Dei dugali >> ( Per gli stemmi affrescati che la decorano) si vedono ripetute 16 volte queste lettere

GZ     MA

DX     ML

QVINTVS

Sono l’ abbreviazione di GaleaZzo MAria, quinto duca di MilanoDvX MedioLani). Galeazzo Maria fu ( 1466-76 ) quinto duca di Milano dopo Gian Galeazzo Visconti (1395-1402), primo duca; Giovanni Maria Visconti 1402-12 ), secondo duca; Filippo Maria Visconti (1412-47 ), terzo duca; Francesco I° Sforza1450-66 ), quarto duca. A Galeazzo Maria successe Ludovico il Moro; le lettere LVLVdovicvs ) appaiono sovrapposte alle lettere GZ. LA COLOMBINA DEL PETRARCA. La Sala delle Colombine, al Castello, è così chiamata perché il soffitto è tutto dipinto con l’emblema visconteo e poi sforzesco della colombina. Si vuole che tale emblema sia stato ideato dal Petrarca per Gian Galeazzo Visconti, in occasione delle sue nozze con Isabella di Valois; il motto à bon droit sarebbe un omaggio al paese della sposa. L’ ULTIMA FESTA. Nella Sala Verde del Castello Sforzesco presente la corte ducale, si celebrava a natale la festa dello << Zocho >>, il ceppo che, con l’immaginabile accompagnamento di cibi e bevande e musiche veniva messo nel camino, a bruciare allegramente. A questa allegra cerimonia partecipò Galeazzo Maria, prima di venire assassinato nella chiesa di Santo Stefano in Brolo. IL GIOCO DELLA << BALLA >>. In una sala della Rocchetta al Castello Sforzesco, un tempo si giocava con la palla, mentre sulle balconate che circondavano la stanza i principi, le dame e gli ospiti stavano a guardare. Per questo era chiamata, e si chiama ancora Salone della Balla. Pare che il gioco diventasse di moda per merito di Lodovico il Moro. ISABELLA MANGIABAMBINI. Il giorno 11 marzo 159 sulla piazza del Castello fu fatta giustizia d’ una Isabella da Lampugnano: dopo averle spezzato le ossa, la finirono nella ruota. L’accusa era di aver mangiato bambini. GLI AMANTI DI BIANCA MARIA SCAPPARDONE. Nel rivellino del Castello Sforzesco, nell’anno 1526, fu decapitata la contessa di Challant riconosciuta colpevole della morte del conte di Massimo. La sua testa mozza fu esposta nella Chiesa di San Francesco e, si dice che sembrasse viva. Bianca Maria Scappardone, giovanissima e bellissima, aveva sposato Ermes Visconti che pochi anni dopo la lasciava vedova e ricca. Tornata in Monferrato era assai corteggiata e dopo un anno di vedovanza sposò il conte Renato di Challant. In breve il matrimonio andò a monte e la bella contessa si rifugiò a Pavia dove condusse vita galante. Ebbe per amanti prima Ardizzino Valperga, conte di Massimo, poi Roberto Sanseverino. Poichè il conte Massimno, abbandonato, sparlava di lei nei salotti, Bianca Maria chiese a Roberto Sanseverino di farlo ammazzare, ma Roberto e Ardizzino erano amici e la cosa non fu fatta. Seccata, la contessa licenziò il Sanseverino e si riprese l’ antico amante al quale chiese di uccidere Roberto Sanseverino. I due amici si ritrovarono qualche tempo dopo a Milano e si confidarto i duplici truci propositi della bella amante. E insieme parlavano male di lei e chiunque volesse stare a sentire. Venutasene ad abitare anche lei a Milano, la contesa di Challant non poté fare a meno di sentirsi furente per le cattiverie che raccontavano sul suo conto i due amanti traditori. Avvenne che di lei si innamorò perdutamente un giovane siciliano, don Pietro di Cardona che comandava una compagnia di armati. La donna lo prese per amante e gli chiese di uccidere il conte Massimo. Don Pietro tese con i suoi uomini un’ imboscata al conte che tornava verso casa, ignaro, in compagnia del fratello, e cosi i due fratelli furono uccisi. Il duca di Borbone, che comandava Milano, fece imprigionare don Pietro e questi, torturato, confessò di aver commesso il delitto su istigazione della contessa di Challant. Imprigionata, a nulla valsero le sue conoscenze e le sua ricchezze; venne condannata a morte, mentre il sicario, don Pietro, riusciva a fuggire. La tragica storia della contessa di Challant è stata ripresa da Matteo Bandello, nella novella IV del libro. FULMINE SULLA TORRETTA. La torretta dettra del Filarete Riedificata poi tra il 1901 e il 1905) era saltata in aria il 28 di giugno 1521, quando un fulmine aveva fatto esplodere 250.000 libre per bombarde qui custodite,  provocando gravissimi danni al Castello e gran numero di vittime. LA MATTA BIRAGA. Un Gonzaga, ministro del re di Spagna al tempo della lotta tra Carlo V e Francesco I, disonorò la nobildonna Linda Biraga, il cui marito, folle di gelosia e ansioso di vendicarsi, si unì ai soldati francesi e assaltò il castello. L’ assalto fu respinto e il nobiluomo costretto a fuggire a Venezia. Disperata Linda Biraga impazzì, ma fu risanata dalle cure di un dottor Cavalli che le fece dei bagni alternando acqua. Questa storia è raccontata dalla seguente filastrocca:

Pin, Pin

Cavallin,

Acqua calda,

Acqua frèggia,

Ten tì quel,

Damm a mì quest.

Per molto tempo a Milano si chiamò << Matta Biraga >> qualsiasi persona più o meno bizzarra. NE’ PIU’ NE’ MENO. Al Castello, nel << Cortilone >> o Piazza d’Armi, è stata trasportata, da un ponte sul Naviglio, la statua innalzata dagli austriaci nel 1729 a San Giovanni Nepomuceno, sacerdote gettato da un ponte nei gorghi della Moldava per non aver voluto rivelare segreti ottenuti in confessione. Mentre nei paesi nordici il santo è simbolo di lealtà e di senso dell’ onore, a Milano è considerato patrono degli ubriachi, oltre però che degli annegati (Secondo qualcuno anche dei tedeschi).  lo si chiama << San Giovanni nè più nè men >>. IL NASTRO ROSA. Nel 1759 venne arrestato e condotto alle carceri del Castello il marchese Antonio Gherardenghi, ufficiale della guardia  del corpo del duca di Modena: il giovane era accusato di aver avuto una tresca con una nobilissima fanciulla, che era donna Marina d’Este, già promessa sposa al principe romano Lorenzo Colonna. Frequentando la casa della giovinetta il bel marchese era riuscito ad entrare nelle sue grazie e i due giovani avevano deciso di fuggire per superare tutti gli ostacoli. Così il Panzalunga, servo del marchese Gherardenghi, convocò al Lazzaretto, dove abitava il suo padrone, il fabbro Bernardo Gottifredi al quale il marchese chiese di segare una certa inferriata che gli sarebbe stata mostrata, gli spiegò che si trattava di una << Ferrata d’ amore >>. Poi il lacchè del marchese e il fabbro si recarono nella contrada del Lauro dove, nel palazzo del marchese Stoppani, abitava la bella Maria Marina, con la madre e la sorella. L’ inferriata era contrassegnata da un nastro rosa, messo, disse il servo al fabbro, dalla stessa damigella che era in tutto e per tutto d’ accordo con il suo padrone. Poi con il compenso di cinquanta zecchini e con molte minacce il fabbro accettò la commissione. Circa un mese dopo arrivarono a Milano cinque montanari provenienti da Novi e, dicendosi al servizio dei marchesi Gherardenghi, dichiararono esser venuti a rifornirsi di formaggio lodigiano e cioccolata. In realtà facevano parte del piano di fuga del marchese. In quei giorni tutta la nobiltà si riunì a Porta Romana, nel palazzo del conte Salazar, per assistere alle prove di un’ opera buffa che sarebbe stata successivamente rappresentata a corte. E qui, insieme con molti altri, convenne anche il marchese Gherardenghi, accompagnato dal fido Panzalunga. Il servo stava insieme al lacchè degli altri signori, e uno di questi, il Bardotto, servo del marchese di Caravaggio che aveva condotto le trattative di matrimonio tra la marchesina d’ Este e il principe Colonna, raccontava dei preparativi di questo famoso matrimonio e diceva che era già pronta la carrozza che avrebbe condotto a Roma la sposa. Incautamente il Panzalunga insisté nel dire che quel viaggio non ci sarebbe stato. Così il Bardotto avvisò gli staffieri di casa Caravaggio e di casa Litta. Il 9 settembre il Panzalunga avvertì il fabbro che la faccenda sbrigata la notte seguente, tra le sei e le sette, e gli fissava appuntamento alle due di note nell osteria di San Paolo. Quella notte giunsero alle due il marchese e il suo sevo, ma il fabbro, spaventato e per nulla convinto, uscì da un’altra porta dell’osteria e si diresse a denunciare la cosa al capitano di giustizia, a San Sepolcro. Non lo trovò e dopo aver girovagato si recò al teatro di corte, dove si confidò con un servo del conte Belgioioso; quindi gli consigliò di avvisare immediatamente il conte Alberico di Belgioioso che era cognato dell’ imprudente marchesina d’ Este. Così fu fatto e pochi giorni dopo il marchese Gherardenghi fu arrestato, mentre il Panzalunga e gli uomini venuti da novi sparirono dalla circolazione. La marchesina d’ Este venne rinchiusa in convento e la stessa sorte subì sua sorella Alfonsa, rea di averle tenuto bordone. La marchesina languiva nel monastero delle Ochette e, il marchese cercava di evadere dal carcere del castello e di far pervenire alla sua amata un biglietto, che invece cadde nelle mani del Senatore Reggente, conte Amor de Soria, istruttore nel processo a carico del marchese. Il 28 febbraio del 1759 il marchese riuscì a fuggire dalla Rocchetta, e l’8 marzo veniva condannato a dieci anni di << Stretto carcere >> in un castello designato dal Serenissimo Amministratore, e al bando perpetuo a tutta la Lombardia Austriaca. Nella sentenza si diceva anche, per ovvie ragioni, riconosciuta l’innocenza della dama coinvolta, << Ingannata e sedotta dalle nere di lui intenzioni . . .>>. Il principe Colonna, visti gli atti del processo firmò il 18 agosto di quell’ anno il patto nuziale, e il 15 ottobre questo veniva ratificato. Poco dopo la sposa partiva alla volta di Roma. IL SIMBOLO DELLA TIRANNIDE. Nel 1883, caduta la sua giunta, il cavalier Belinzaghi lasciava dopo sedici anni la carica di sindaco di Milano. Una fra le ragioni del forzato ritiro fù la poca fortuna incontrata dalla sua proposta di demolire il Castello – << Simbolo della passata tirannide >> – per far posto a un quartiere di case popolari. Il cavagliere Belinzahi aveva giù distrutto il Lazzaretto. BEENDAGGI DI MUMMIE EGIZIE.  In tre sale della Rocchetta del Castello è sistemata la collezione di tessuti e stoffe di ogni epoca e paese: duemila ritagli che vanno dai bendaggi delle mummie egizie a sontuose stoffe ricamate d’Oriente. LA DIVA BIANCHINA. In una delle sale del Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco sono conservati, ricollocati nella disposizione originaria, gli affreschi che decoravano << Chàteau d’ amour di Rocabianca >>, in provincia di Parma, costruito verso la metà del ‘400 da Pier Maria Rossi, signore di Parma, per accogliervi la bella amante Bianca Pellegrini, la Bianchina. Gli affreschi riproducono la storia di Griselda e Gualtieri, narrata dal Boccaccio e, i protagonisti della vicenda amorosa hanno le fattezze di Pier Maria Rossi e della << diva Bianchina >>. Bianca Pellegrini è ritratta anche in un ciclo di affreschi di Benedetto Bembo, che si possono ancor oggi vedere nella camera d’oro del castello di Torchiara, in provincia di Parma. Bianchina è rappresentata nelle vesti di una pellegrina che cerca di terra in terra il suo amato –Pier Maria Rossi – e finisce per ritrovarlo in questo castello. UNA, PER COSI’ DIRE << POTTA DI MILANO >>. Nella sala VI° del Museo d’Arte Antica al Castello è conservata una scultura un tempo collocata su Porta Tosa, che ne avrebbe tratto il nome (Da tonsa, rasata ). Essa rappresenta infatti una donna che mostra il basso ventre e che si tosa con un paio di forbici per mettere maggiormente a nudo le pudente: gli studiosi dicono che in tal modo essa cerca di tenere lontano il malocchio, non diversamente dalla << Porta di Modena>>. Secondo una tradizione le scultura è un ritratto della moglie di Federico Barbarossa. BARBAROSSA ALL’ INFERNO. Nella stessa sala, accanto alla supposta bella e bionda imperatrice, sta il rapporto sire: la figura virile, infatti, rappresentata a gambe incrociate e con un drago fra i piedi, è ritenuta effige del Barbarossa trascinato all’ inferno da un demonio. La figura stava sulla Porta Romana, costruita nel 1171 pressappoco all’ incrocio dell’ attuale corso di Porta Romana con le vie Santa Sofia e Francesco Sforza. La porta fu demolita nel 1793 e ne sono ricoverati qui i resti, con i bassorilievi rappresentanti il rientro dei milanesi nella città che avevano abbandonato nel 1162 dopo le distruzioni del Barbarossa.

L’ARGO DI LUDOVICO. Nel Castello, su di una parete della Sala del Tesoro, Ludovico il Moro fece affrescare, forse da Donato Bramante, Argo, il mitico guardiano dai cento occhi. Una scritta latina ai piedi del monumento dice: Adulteeinae abite claves; chiavi false, alla larga! SCHELETRO INOLTRE INCHIODATO. Nel 1836, nel corso di scavi al Castello, venne scoperta quella che è forse una testimonianza della crudeltà di Galeazzo Maria. Si scoprirono infatti, alcune tombe, e in una di esse si rinvenne uno scheletro d’uomo, con grandi ceppi intorno alle braccia e alle gambe, e inoltre inchiodato con lunghi chiodi sul fondo, irto di punte aguzze. Si pensò che lo scheletro fosse quello di Pietro Drago, chiuso vivo in una cassa per una colpa di cui non si conserva memoria. SEPOLCRO VUOTO E SPOGLIE SENZA PACE. Nella sala XV° del Museo del Castello è esposta la statua per il sepolcro di Gastone di Foix, opera dello scultore lombardo Agostino Bussi detto il Bambaia1483 1548 ). Meno celebre dell‘ Italia del carretto e del Guidarello Guidarelli, l’ effige funebre del giovane cavaliere è altrettanto patetica. Monsignore di Foix, nipote di Luigi XII e suo luogotenente, cadde crivellato di ferite alla vittoriosa battaglia di Ravenna, il giorno di Pasqua del 1512; aveva 23 anni. Simile, scrisse il Brantòme, a <<Stelo verdeggiante o fiore gentile tagliato nel mese di maggio e non in luglio, quando l’ arsura l’ ha reso secco e smorto >>, il corpo di Gastone di Foix fu portato a Milano e sepolto in Duomo. Lo disseppellirono in questo stesso anno i soldati di Ludovico il Moro, rientrati in città, e andarono a mostrarlo ai francesi assediati in castello; le povere spoglie furono infine deposte nel convento domenicano di Santa Marta. Francesco I°, quando dopo Marignano entrò vittorioso a Milano, ordinò che fosse data degna sepoltura al condottiero, e otto artisti, sotto la direzione del Bambaia, si misero all’ opera. Ma prima che il sepolcro fosse terminato, i resti di Gastone di Foix dovettero subire un altro scempio: quando nel 1522, il reggente francese fu cacciato da Milano, essi furono tratti ancora una volta dalla tomba e gettati nel fossato del Castello. Per più di un secolo i pezzi del sepolcro restarono nella chiesa di Santa Marta, finché dopo il 1629 furono dispersi; e il più importante è finito qui, nel museo del Castello.
La strada segreta coperta. Per mettersi in salvo in caso di insurrezione popolare o in caso di vittoria di assedianti nemici, gli Sforza fecero costruire un passaggio che dal Castello metteva alle campagne verso occidente. Il passaggio era costruito a regole d’arte e senza badare a spese: Giovanni Ridolfi, che potè visitarlo nel 1480, scrisse che vi potevano transitare bellamente << Quattro uomini d’ armi a cavallo, con la lancia sulla coscia >>. Tra il ponte d’uscita del Castello verso il parco e la ponticella di Ludovico il Moro si possono ancora scorgere alcune finestrelle munite d’inferriata, che davano luce a questa strada segreta coperta.
LADRI NEI SOTTERRANEI. La fitta rete di sotterranei che si estende intorno al Castello Sforzesco fu messa a partito da una banda di ladri che attraverso di essi nel 1966 tentò di penetrare nottetempo nel Museo del Castello per impadronirsi dei suoi tesori. I ladri però non conoscevano troppo bene l’intricatissima pianta e sbucarono dopo aver perforato un muro, in un locale vuoto. Dovettero quindi abbandonare l’ impresa. Più tardi furono identificati e arrestati. UN CUPO ROMBO SOTTERRANEO. Chi stesse seduto su una delle panchine di pietra nel primo cortile del Castello e sentisse provenire a regolari intervalli dal sottosuolo un cupo rombo, e un vago tremito comunicarglisi attraverso il sedile, non si spaventi: si tratta semplicemente delle carrozze della metropolitana che passano nelle viscere della terra.
CAVOUR, piazza – Dal celibato ecclesiastico.
Pressappoco sull’ area tra il palazzo dei giornali e il grattacielo svizzero sorge un palazzo che fino a qualche decennio fa fu sede del Politecnico e che, risalendo nel tempo, ospitò il Collegio reale delle Fanciulle; l’ ufficio censura del governo austriaco; il Corpo legislativo delle repubbliche italiane; il Seminario dei Chierici; una casa degli Umiliati, della precedentemente Canonica; così detta perché i preti che vi alloggiavano vivevano secondo i canoni, mangiando pacatamente in comune e recandosi in chiesa sette volte al giorno a recitar l’ ufficio. La Canonica venne costruita per sé e per i seguaci del famoso Arialdo da Alzate, proclamato santo dal papa Alessandro II°, il quale divenne nella seconda metà del secolo XI° paladino di una guerra a favore del celibato dei sacerdoti. La chiesa romana ( Che mirava alla sottomissione di tutto il cattolicesimo ) propugnava il celibato, e la chiesa ambrosiana sosteneva che Sant’ Ambrogio in persona aveva concesso al clero milanese il matrimonio. Arialdo riuscì con bellissime prediche a infiammare il popolo che un giorno arrivò a saccheggiare le case dei preti sposati o concubini; e Araldo potè emettere un editto a nome del popolo milanese ordinante al clero il celibato.
Nel 1066, la mattina di pentecoste, Arialdo, che era in possesso di un decreto di scomunica per il vescovo Guidone che sosteneva i punti di vista ambrosiani fu ferocemente percosso in Santa Maria Maggiore e, poco dopo dovette fuggire dalla Canonica e dirigersi verso Legnano. A poca distanza dalla città di Legnano venne riconosciuto da un frate che lo fece arrestare e condurre prigioniero in Angera, sul Lago Maggiore, feudo di una nipote del vescovo Guidone, la bella Oliva. Qui la crudele castellana lo consegnò nelle mani di due preti concubini i quali lo sottoposero a orrende torture: gli tagliarono le orecchie, il naso e il labbro superiore, gli strapparono la lingua, gli troncarono le mani, gli cavarono gli occhi, infine lo mutilarono dell’ organo virile. Dicendo: << Ora si sarai casto! >>. Infine lo seppellirono nell’ isola più grande del lago. Un anno dopo un pescatore di Angera tornando dalla pesca raccontò di aver visto una gran luce provenire da un punto dell’ Isola Maggiore del lago. Gli assassini, spaventati, andarono nottetempo a disseppellire il cadavere di Arialdo e, fattolo a pezzi, lo bruciarono in un forno. Intanto a Milano un seguace di Araldo, il bellissimo Erlembardo dalla barba di rame e dagli occhi d’ aquila, che era rimasto nel mondo solo per combattere i preti concubini mentre avrebbe voluto ritirarsi in convento per guarire una ferita d’ amore ( Aveva sposato infatti, una bellissima giovinetta, ma solo per trovarla, di li a poco, fra le braccia di un prete ), convinse i milanesi ad andare a recuperare la salma del martire; e i devoti, riuniti sulle rive del Verbano, si videro venire incontro su di una barca senza remotare il corpo di Arialdo, perfettamente integro e spirante profumi soavissimi. Arialdo venne quindi sepolto con grande solennità in San Dionigi, la grande basilica scomparsa che sorgeva sull’area ora occupata dai Giardini Pubblici di via Palestro. Andrea Alciati narra che nel 1508 venne a Milano il re di Francia Luigi XII il quale, saputo che in San Dionigi riposavano le ossa di Dionigi, ne chiese le reliquie per riporle insieme a quelle di Sant-Denis. Racconta il cronista che i monaci, evidentemente ancora arrabbiati con il propugnatore del celibato ecclesiastico, diedero al re i resti di Arialdo, spacciandoli per quelli del Dionigi. IL DITO DI CAVOUR. Una delle prime cose che i milanesi notarono quando nel 1865 venne scoperta la statua a Camillo Benso conte di Cavour fu il particolare che un dito della mano sinistra dello statista, guardato da un certo angolo visuale, pare tutt’ altra cosa. L’ effetto si accentua quando piove a dirotto, e il dito sgronda un torrentello d’acqua. Al tempo dell’inaugurazione della statua, il particolare fu ampiamente commentato e il pubblico si fece premura di guardare il monumento sopratutto da quel punto di vista meno felice. Non si sa se proprio per questo, ma sta di fatto che lo scultore, Edoardo Tabacchi, si trasferì a Torino. Si disse addirittura che fosse morto di dolore: voce quanto mai fantasiosa perché morì quarant’ anni dopo, nel 1905 a Milano. L’ esecuzione della donna seduta sotto Cavour, che forse è la gloria e se no l’Italia, fu affidata a un altro scultore, Antonio Tantardini; il Tantardini, avendo molto lavoro, si faceva aiutare da altri, e pare che la figura di donna fosse eseguita per intero da un suo giovane collaboratore, Francesco Barzaghi, gran rubacuori. Si raccontò che avesse posato per lui una polacca, studentessa di canto al conservatorio; e che la statua riuscisse così poco vestita perché la bella polacca, avendo anche lei perso la testa per il Barzaghi, non aveva avuto motivo per celargli le proprie grazie.
CERNAIA, via – La villa del re. All’ angolo con via Fatebenefratelli, in una palazzina ombreggiata da un grande cedro del Libano, scomparsa con l’ ultima guerra – ma il cedro c’ è ancora – visse per anni << La bella Bolognina >>; la bellissima figlia di Giovan Giacomo Attendolo Bolognini, andata sposa al duca Giulio Litta, e che si vuole ritratta nella Modella di Domenico Induno. La duchessa destò una simpatia vivissima nel principe, poi re Umberto, tanto che le male lingue chiamavano la casa di via Cernaia << La villa del re >>. Prima di morire la nobildonna distrusse tutte le sue carte, precludendo a una posterità curiosa la possibilità di indagare sulle sue private vicende.
CERVA, via della – Insegna d’ osteria. Come molte altre strade della città, anche questa, prese il nome da un’ antica insegna d’osteria.

CHIOSSETTO, via – Stretta, brutta e storta. Il nome verrebbe dalla via da << Ciusèt >>, antica voce dialettale lombarda designante una stradina stretta, brutta e storta. CIRCO, via – Più gente entra più bestie si vedono. Pare che debba il nome a un circo d’ età romana, fatto costruire dal console Marcello, dove più tardi sarebbe stato incoronato Adaloaldo, figlio di Teodolinda e di Agilulfo.

CLERICI, via – Il nano impudente. Nel famoso affresco del Tiepolo che adorna il traffico della Galleria degli Arazzi in palazzo Clerici si può vedere, fra tante cose, un nano. Una tradizione vuole che fosse un buffone di casa Clerici, messo a morte per avere recato osceno affronto a una dama della famiglia.
COMMENDA, via – Cavalieri dai molti nomi. La via ebbe nome dalla Commenda dei Cavalieri di Malta, che qui sorgeva, e aveva annesso un tempo che occupava l’ area sulla quale oggi si trova il padiglione del Politecnico dedicato a Cesarina Riva. Nel convento dei Caviglieri di MaltaL’ Ordine si chiama allora degli Ospedalieri, o dei Giovanniti, o di San Giovanni di Gerusalemme), Federico Barbarossa installò il proprio quartier generale durante l’ assedio di Milano nel 1158.
CORDUSIO, piazza – La corte del duca. Per il sorgervi del palazzo di Albino, generale di Alboino e primo governatore longobardo di Milano, il luogo fu detto << De Curte Dueis >>, donde per corruzione << Cortedoxi >>, << Corduce >> e, alla fine Cordusio. Furono per secoli un affollati crocevia, meglio uno slargo informe. Centro ricorrente di gazzarre, di mercati, di tumulti. Il Cordusio ne vide d’ogni colore: dalla sventata congiura del Torriani e dei Visconti, nel 1311, ai danni dell’ imperatore Enrico di Lussemburgo, ai moti dell’ aprile 1526 (Provocati dalle ruberie dei soldati spagnoli in casa di un sellaio, quando per poco il governatore Antonio de Leyva non ci lasciò la pelle ), alla sommossa del novembre 1628, in occasione dell’ assalto si prestini. La piazzetta delle galline. Nell’ ultimo scorcio dell’ 800 il Cordusio –con l’avviata esecuzione del piano regolatore Beruto– prese a dilatarsi in una vasta piazza ovale, che pertanto fu detta comunemente, nei primi anni di sua vita, << Piazza ellittica >>, anche se questa denominazione non fu mai suffragata dalla toponomastica ufficiale. Le demolizioni sfondarono prima verso il Bocchetto; più tardi, sul lato opposto, soppressero il vezzoso Pasquee di Gajnn. La piazzetta delle galline Questa è, infatti, la traduzione approssimativa delle ultime parole del paragrafo precedente ), si apriva dové oggi il palazzo del Credito Italiano, all’ angolo tra via Broletto e via Tommaso Grossi. Si chiamava così perché vi razzolavano tali pennuti domestici. Però aveva già cambiato nome: data la stura, con la Repubblica Cisalpina, allo scempio toponomastico, era stata, infatti, dedicata all’ isola di Tahiti. Di tale piazzetta esiste, oltre la nota stampa di Marc’ Antonio del re, una foto scattata in extremis, con la casa Vigoreri già sbarrata per l’ imminente abbattimento, e adorna di striscioni scaligeri, annuncianti uno spettacolo con Roberto Stagno e Gemma Bellincioni. POVERO PARINI! Nel 1898, ricorrendo il primo centenario della morte del Parini il comune pensò di erigergli in piazza Cordusio un monumento. Ma la sottoscrizione cittadina si tradusse in un mezzo fiasco: i denari raccolti bastarono bensì a compensare Luigi Secchi, autore della statua del poeta nell’ atto d’ incedere verso i palazzoni del Broggi e del Beltrami; ma non rimase un quattrino per innalzare un degno, e indispensabile, piedistallo. Alla poca brillante << Figura >> di questa Milano fin de siècle, già facoltosa, rimediò il senatore Giuseppe Robecchi, che offrì le necessarie ventimila lire a patto che il suo munifico gesto venisse per perpetuamente ricordato sul piedestallo stesso. Cos’ì fu. L’epigrafe dettata a imperitura memoria del Robecchi finì sul retro del piedistallo, per sessant’ anni incensata dagli effluvi del cobianchino sottostante. Anni fa statua e piedistallo furono rimossi per consentire i lavori di scavo della MM. A tutt’ oggi il monumento non ha trovato la vecchia sede, né altra nuova. I maligni –troppo maligni– sostengono che, per gli uni questo Parini era troppo prete, per gli altri troppo poco. Ad ogni modo per ora il << Di men erudo fato degno vate >> rimane in cantina.
IL VEICOLO DELLE GALLINE. Vicino a piazza Cordusio, oltre alla piazzetta, c’ era anche il vicolo delle Galline. In questo vicolo, che sbucava nell’ancor oggi esistente via del Gallo, stava l’ osteria della << Pattona >>, il cui nome deriva dalla spessa tenda imbottita che chiudeva l’ingresso.
CROCE ROSSA, via – Drappo a colonna. Dovrebbe il nome a un drappo, con rossa croce si fondo bianco, donato da papa GelasioV° secolo ), ai milanesi. Questi ne avrebbe fatto un gonfalone, portandolo poi in giro per la città a cominciare da questa via. Secondo un’altra versione, il nome deriva da una delle tante colonne che al tempo della peste San Carlo disseminò per la città; servivano per celebrarvi le sacre funzioni permettendo di seguirle anche ai malati relegati nelle loro case. Questa colonna sarebbe stata dedicata alla Santa Croce, e inoltre dipinta di rosso.
CUSANI, via – La via del Baggio.
L’ attuale tracciato di questa via, tra il Ponte Vetero e Largo Cairoli, comprende anche l’ antica via del Baggio, nome della famiglia donde uscì nel secolo undicesimo il cardinale Anselmo del Baggio, poi papa con il nome di Alessandro II°. Sull’area della casa attualmente contrassegnata con il numero 18 fu collocata la prima pietra del Foro Buonaparte. Nella casa n. 7 moriva il 2 di gennaio del 1829, l’economista Melchiorre Gioia.

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DATEO, piazzale – Cosmesi neolitica
Nella zona di piazzale Dateo scavi hanno riportato in luce resti di un abitato neolitico: asce, mole per grani e una lastrina con incisi solchi e graticcio: forse frammento di una pistadera, cioè di un utensile adoperato per stemperare i colori da usare poi come cosmetici.
DISCIPLINI, via – Donne, fra l’altro greche
La via deve il nome all’ antica confraternità dei Disciplini della Morte. Negli anni antichi fu lussuosa sede di vizio; vi si ricorda una casa di piacere con donne, fra l’ altro greche.
DORIA, ANDREA, via – Qui si vede Piazza San Marco
All’ inizio della via, partendo dalla piazza della Stazione Centrale, sorgeva un complesso edificio quattrocentesco chiamato Cascina Pozzobonelli Il nome si deve al primo proprietario dell’ edificio ). Resta solo l’ oratorio e una parte delle arcate che lo univano alla Cascina. Nella cappelletta ci sono grafiti riproducesti il Castello Sforzesco, com’ era alla fine del quattrocento e piazza San Marco a Venezia prima della costruzione della Libreria del Sansovino.
DUOMO, piazza del – Area sacra da 25 secoli
Secondo alcuni, l’ area del Duomo sarebbe stata occupata da edifici sacri già due millenni e mezzo prima d’ ora. Qui, infatti, sarebbe stato situato un tempio in cui gli Insubri custodivano le loro sacre insegne, stendardi tessuti di lana e d’oro chiamati << Immobili >>, che erano tolti dal tempio solo in casi di estremo pericolo, e che i guerrieri dovevano difendere a prezzo della vita, non indietreggiando oltre il lago in cui venivano piantati nel terreno. Qui si sarebbero radunati tutti i giovani Insubri quando i romani guidati dal console Marcello posero l’ assedio alla città, nel 225. La vittoria fu di Marcello, che sacrificò sugli altari i guerrieri nemici caduti nelle sue mani. I vincitori avrebbero riconsacrato a minerva il tempio degli Insubri. LA BASILICA JEMALE. Su parte dell’ area occupata oggi dal Duomo sorse molto più tardi, nell’ alto Medio Evo, Santa Maria Maggiore, basilica Jemale, così chiamata perché vi si celebrava soltanto nell’ inverno. Le processioni delle lasagne. Da Santa Maria Maggiore prendevano le mosse le processioni delle rogazioni, dette popolarmente << Delle lasagne >> perché la gente metteva sulla porta di casa latte, vino e cibi di vario genere, soprattutto pasta fatta in casa, per tener lontano il pericolo delle carestie. Si riteneva, infatti, che queste processioni avessero effetti propiziatori e benefici d’ogni tipo: oltre che tener lontane le carestie, rendevano nullo il potere delle streghe sulle case davanti alle quali passavano, e assicuravano parti indolori delle donne che in quelle case abitavano, purché avessero esposto qualche fantoccio dalla finestra. L’ORACOLO DI SANT’AMBROGIO. Dietro il coro del Duomo, a destra si può vedere incastrata nel muro una pietra in cui, entro un cerchio, è scolpito il monogramma di Gesù Cristo, ossia l’abbreviazione in lettere greche, con l’alfa e l’omega dell’una e dell’altra parte. Il monogramma era anticamente chiamato il Crisma o Oracolo di Sant’ Ambrogio. Secondo infatti, questo simbolo, infisso sulle facciate delle chiese, distingueva quelle cattoliche dalle ariane. Secondo altri, serviva ad addottrinare i catecumeni. Tracciato in cenere, era spiegato ( Ai catecumeni appunto ) come simbolo del Cristo, alfa e omega, cioè principio e fine del mondo, che prese carne umana ( La cenere ) morì sulla croce ( Le linee che s’intersecano ); mentre le otto parti in cui è diviso simboleggerebbero le sei età del mondo, più la vita dopo la morte, più la resurrezione finale. Secondo un’ altra interpretazione, fermo restando che l’ alfa e l’ omega sono simboli del principio e della fine, il cerchio è simbolo di Dio, gli otto raggi rappresentano le otto beatitudini acquistate ai fedeli da Gesù con il proprio sacrificio. IL CROCIFISSO DI ARIBERTO. Nella navata destra del Duomo il primo monumento funebre che s’ incontra è quello dell’arcivescovo Ariberto d’ Intimiano, colui che inventò o quanto meno adibì a uso bellico il celebre carroccio. Arcivescovo guerriero, Ariberto nel 1034 fece una spedizione, in alleanza con Corrado il Salico, contro il Burgundi, ma tempo dopo il suo antico alleato Corrado lo fece prigioniero rinchiudendolo nel castello di Piacenza, dal quale Ariberto fuggì rocambolescamente. Sopra il sarcofago sta appeso un crocefisso di legno coperto da lamina di rame dorato del secolo XI, simile a quello usato da Ariberto nelle processioni ( Quello vero, di Ariberto è sepolto ai piedi del monumento ). PRIMO CROLLO DEL CAMPANILE. A fianco della facciata di Santa Maria Maggiore, posta all’ altezza del quarto contrafforte del Duomo attuale, si ergeva una forte campanaria che le antiche fonti vogliono bellissima e smisuratamente alta: quasi 147 metri, 40 metri più della più alta cuspide del Duomo. Recava al sommo un bastone pastorale e un moratio con il pestello, emblema del quale non si conosce il significato. La gran torre fu abbattuta nel 1162, per volontà del Barbarossa che affidò l’incarico ai pavesi. Comandava questi ultimi un certo Obizzone: e si vuole che a bella posta Obizzone facesse cadere la torre sulla basilica, provocando la rovina anche di gran parte di questa. Poi si portò via il bastone pastorale e il mortaio col pennello. Più tardi, quando la fortuna girò, i pavesi dovettero indennizzare Milano con una somma pari a 18.000 fiorini d’oro. SECONDO CROLLO DEL CAMPANILE. Non appena le sorti volsero al meglio e fu possibile il rientro in città, i milanesi provvidero a ricostruire la loro basilica. Tardarono invece molto a sgombrare le macerie della torre campanaria; anzi ne allinearono con un cert’ ordine le pietre, formandone sedili su cui sedevano i rappresentanti del comune quando si teneva parlamento. Circa 150 anni dopo, Azzone Visconti ricostruì il campanile: di lì a vent’ anni, nel 1353, anche questo crollò, di nuovo rovinando parte della basilica, più le prossime case, seppellendo duecento persone e ferendone non si sanno quante altre. LA CADUTA DEL MATTONE. In Duomo, a sinistra del sarcofago di Ariberto d’Intimiano, una lapide del secolo XVII informa che

El principio
dil domo di
Milano fu
nel anno
1386

Tale data –divenuta tradizionale– fu desunta da un mattone ritrovato nelle fondamenta della chiesa, ma è molto discussa. IL FAMOSO OBOLO DELLA REFALDA. Nel 1386, 33 anni dopo il crollo del campanile di Azzone, sotto Gian Galeazzo Visconti si dà mano alla costruzione del Duomo attuale. A pagare le spese, concorre con il suo obolo tutta la popolazione: dalle dame dell’ aristocrazia che danno i loro ori a un signore che, mantenendo l’ anonimo, dà duecento fiorini d’oro; a un mendicante che vuol donare la sua pellicetta tutta spelata; a una donna pubblica << Detta la Rafalda meretrice >> che dà 1 lira imperiale, 3 soldi e 4 denari. BARCONI A UFO. Quando ebbe inizio la costruzione del Duomo, GIAN GALEAZZO VISCONTI. oltre ad autorizzare una questua nel milanese, conferì il diritto di passaggio gratuito a tutto il materiale necessario per la fabbrica del Duomo. Ad attestare tale diritto, ai barconi che entravano in città dalla conca di via Arena veniva apposta la sigla A . U . F .: << Ad usum Fabricae >>. Di qui deriverebbe la locuzione << A uf >>, << A Ufo >>, cioè a scrocco, senza pagare. LE MODELLE DEI SCULTORI. Intorno alla maggior basilica della città si addensavano da secoli botteghe e bottegucce, magazzini, casupole, e si svolgevano traffici d’ogni genere. Nel secolo XVI la piazza si chiamava Piazza dei Polli, per le molte baracche in cui si vendevano quei volatili. Più tardi, sotto il Duomo, traffici minuti si svolgeranno anche fra le sue mura, con scandalo di molti e tentativi di repressione da parte delle autorità. Intorno al Duomo in costruzione si affollarono i cantieri, le tettoie dove lavoravano le maestranze. Poco più un là, nei pressi di San Raffaele, a lungo la contrada detta del Compitov. Corso Vittorio Emanuele ), c’ erano i lupanari. Par certo che alcune loro ospiti fornissero agli scultori di cui rallegravano il tempo libero, il modello per statue femminili situate in alto sulla cattedrale. DAVIDE SOTTO IL LIBRO. Fra i piedistalli sostenenti le statue che ornano i piloni all’ estero del Duomo, quelli che si ritengono più antichi ( Intorno all’ abside ) raffigurano un libro aperto: il libro della Bibbia. Lo sostengono in parecchi casi personaggi dell’Antico Testamento: Abramo, Isacco, Salomone, Davide vecchio, piegato quasi carponi, che con la mano spiega un rotolo di pergamena su cui si leggono le parole Implevit ruinas. LA PRIMA GUGLIA. Nella parete della quarta campata a destra di chi entra in Duomo, si può vedere l’arca in cui è sepolto Marco Carrelli, mercante del XIV secolo, che commerciava in tutti i generi commerciali, comprese le schiave; inoltre prestava denaro, e ne prestò anche a Regina della Scala moglie di Bernabò Visconti. Ricchissimo, rimasto senza figli nonostante i due matrimoni, Marco lasciò tutto il suo ( Oltre 35.000 mila ducati, dice la lapide ) alla Fabbrica del Duomo; con l’incarico di benefattore ebbe quindi diritto alla sepoltura nel camposanto dietro l’abside, di dove la sua arca sepolcrale fu trasportata all’ interno della cattedrale quando – Non si sa a che data – quel camposanto fu soppresso. Grazie al suo denaro il Duomo ebbe la prima guglia, quella meno alta delle altre, robusta, dalla base quadrata, che sta di fronte all’ imbocco di via Santa Redegonda e che si vede venendo da Corso Vittorio Emanuele. Del Carrelli si racconta che, amando circondarsi di giovani donne, tenesse in casa molte schiave: le acquistava tutte giovani, e non le vendeva mai, ma provvedeva ad accasarle nel migliore dei modi. La vedova Flora Liprandi, impoverita dalla generosità del marito, chiese alla Fabbrica la restituzione di piccole somme, per accasare le ragazze che le erano rimaste in casa. A PIZIGANDUM MULLERES. Il 17 di agosto 1391 fu sporta denuncia contro lo zoppo Bonassolo bagura ( = Portatore di vino ), entrato in Duomo la notte della vigilia dell’Assunta << Ad pizigandum mulieres >>, per pizzicare le donne. E gli era andata anche bene, perché ne aveva trovate due che avevano accettato di seguirlo e di darsi al bel tempo con lui e con i suoi amici. Le rose del miracolo. Di fianco all’ ingresso della sacrestia settentrionale, chiamata un tempo degli innocenti, si venera l’ immagine – eseguita a fresco e ora trasportata su tela – della Madonna delle rose o di Rossano. La Madonna delle Rose fece nel 1409 un miracolo modesto, ma fra i più poetici che si conoscevano. Morto Gian Galeazzo, Milano abbandonata dal suo erede, Galeazzo Maria, rifugiatosi a Pavia, era assediato, affamata e così priva di tutto che per fabbricare proiettili aveva dovuto utilizzare, sacrilegamente, pezzi di marmo del Duomo. Afflitta per questo sacrilegio, temendo la divina vendetta del figlio artigliere che alla fine avrebbe dovuto sparare a uno di quei proiettili, una mamma andò a inginocchiarsi davanti alla Madonna, offrendole una ghirlanda di rose che appese sotto l’ immagine. Un paio di giorni dopo, la povera madre tornò: il figlio era stato ferito, benché non gravemente, e lei venisse di nuovo a raccomandarsi. Allora avvenne il miracolo: quasi a tranquillizzarla, quasi a dirle che la Vergine accoglieva le sue preghiere, le rose avvizzite, le loro foglie rinverdirono. STORIA DEL MEDEGHINO. In Duomo, nella navata destra del transetto, sta il monumento di Giangiacomo Medici, detto il Medeghino, capolavoro di Leone, LeoniAltro bel personaggio: V. via degli Omenoni ). Giangiacomo, nato a Milano nel 1495 meriterebbe già d’esser famoso per parentele, come zio di San Carlo Borromeo e come fratello maggiore di Pio IVIl papa che protesse Michelangelo e non scomunicò Elisabetta d’ Inghilterra ). Ma fu di per sé operoso così da meritare gran fama: di cui non splende solo perché non trovò un omero o un Machiavelli. Solo Ippolito Taine lo prese sul serio. Prima di tutto, nessuna parentela ebbe con Cosimo e con i medici di Firenze, anche se poi tanto i medici di Firenze quanto i Medici di Milano crederanno conveniente creare qualche equivoco al riguardo: equivoco tuttora ben accetto alle enciclopedie e ai libri di testo. O Italia, che negli stessi anni, negli stessi esigui confini, simili personaggi generavi, e per sprezzatura ( E per danno delle studentesse americane), tutti sotto uno stesso cognome mandavi per le vie! Giangiacomo fu detto il Medeghino perché era basso di statura ( In toscano << Medicino >> ). Nella giovinezza si sa che esercitò imprese delittuose per conto di Francesco II° Sforza. Ne ebbe in premio il Castello di Musso sul Lago di Como, tra Menaggio e Gravedona.
[ Anedotto ] Sembra però che lo Sforza o che per esso, trovato il Medeghino complice e killer troppo vivace e compromettente, provvedesse alla concessione del castello di Musso con una lettera al castellano di Musso stesso in cui si raccomandava l’ impiccagione del latore. Il Medeghino per precauzione legge la lettera, la sostituisce, si fa dare il castello e v’ imprigiona il castellano. Fece il Musso, Giangiacomo, un covo di briganti ( Batteva moneta su liste di cuoio ) e la base delle sue mire ambiziose, rinascimentali: guerreggiando con i Grigioni, mettendo a sacco la Brianza, destreggiandosi fra Carlo V, Francesco II Sforza e tutti gli altri. Finalmente fu messo alle strette, né gli valse la prodezza dell’ assedio di LeccoCon sortita notturna del Medeghino e i suoi incamiciati in bianco). A questo punto si mette al servizio degli spagnoli. Il Leyva lo nomina Mastro di Campo e lo invita in Piemonte a fermare lo Sforza che alla testa di 10.000 fanti cerca di invadere il ducato di Milano.
Anedotto ] Al Leyva succede un altro governatore, il De Vasto, che fa del Medeghino uno scherzo nella migliore tradizione di Cabrino Fondulo e di Cesare Borgia: lo invita a pranzo e lo sbatte in galera per diciotto mesi. Liberato e riabilitato, continua a correr l’ Europa; pacifista la ribellione di Gand, piomba in Ungheria a difender Strigonia dai Turchi, comanda le artiglierie imperiali a Landeery, libera il re d’Ungheria dall’ assedio di Praga, è nominato viceré di Boemia, conquista Parma, espugna Siena, riceve il Toson d’oro, prepara un esercito per invadere il Monferrato, e more di polmonite catarrosa ( O di veleno? ) e sessant’ anni. Nel pieno delle forze e degli appetiti. A un certo punto della sua carriera era stato fatto marchese di Melegnano. Il marchesato passa al fratello Giovanni Angelo. Giovanni Angelo diventa papa. Et l’ histoire continueCon la Repubblica Cisalpina furono scalpellate le palle << Medicee>> dello stemma, e cancellate le lettere delle parole alludenti ai titoli nobiliari del Medeghino e di Leone Leoni; poi seguì restauro e ripristino). LA DENUNCIA DEL CANONICO CASTELLI. Prima che divenisse vescovo di Milano San Carlo Borromeo, un canonico del Duomo, certo Castelli, scriveva al Papa denunciando lo stato di decadimento morale e religioso dei milanesi: << I quali non si peritano di sporcare l’ interno del loro Duomo con ogni tipo di lordura, mentre i cerretani che danno spettacoli sul sagrato non si vergognano di entrare nella casa di Dio consumandovi oscenità. E nel tempio i feretri accolti sono ormai in tal numero che, dondolano appesi a pesanti catene, tra un pilone e l’ altro, impediscono ai devoti di assistere alle funzioni, togliendo la vista degli altari . . . >> SAN CARLO E IL DUOMO. Fra San Carlo e gli spagnoli, i rapporti non erano dei migliori. Così, mentre in Duomo si svolgevano le funzioni celebrate dall’ arcivescovo, un governatore spagnolo, per disturbarle, mandava le sue batterie a sparare là davanti. Un altro governatore prolungava il carnevale alla prima domenica di quaresima; e San Carlo, che predicava in Duomo, mandava fuori i suoi a cercare di convincere i festanti ad abbandonare i solazzi ed entrare ad ascoltarlo: ne avrebbero guadagnato cento giorni d’ indulgenza. Nel 1572, alle porte del Duomo fu affisso un libello diffamatorio in cui il cardinale era descritto come << Ignorante e scandaloso, vassallo ingrato e temerario, privo di giudizio, sedizioso, impudente, indegno e pazzo struggitore della patria>>. Il popolo corse a strapparlo. Quando San Carlo morì, le pareti della cattedrale si coprirono di 10.982 voti d’argento in suo onore, e furono versati 9.618 omaggi di gioielli e d’ anelli. LA SALMA SAPONIFICATA. In segno d’ umiltà San Carlo Borromeo aveva disposto che i suoi resti fossero sepolti in Duomo ai piedi dell’ altar Maggiore, perché più frequenti i passi dei chierici e dei fedeli la calpestassero. Così si fece, e il cadavere dell’ arcivescovo fu così tumulato, 5 metri sotto il livello della piazza. Quando il Borromeo fu beatificato, nel 1610, si fece una ricognizione delle sue spoglie e si trovò intatta la salma che, ricoperta dall’acqua, si era saponificata secondo un processo chimico che si riscontra di frequente nei cimiteri del milanese. NASCE IL RISOTTO. Un aiutante di Valerio di Fiandra, colui che portò a termine la vetrata di Sant’ Elena, in Duomo, era dal suo padrone chiamato Zafferano, perché usava mescolare lo zafferano a ogni colore, ottenendo effetti e volte notevoli. Per fargli capire che stava esagerando, padron Valerio un giorno gli disse: << Finirà che metterai il tuo zafferano anche dentro il risotto! >>. Il garzoncello stava zitto, ma l’ idea non gli dispiacque. E quando nell’ anno 1574, la figlia del suo padrone andò a nozze, Zafferano si mise d’ accordo con il taverniere e fece servire in tavola un bel risotto giallo oro. Valerio ne fu così entusiasta che lo propagandò: era nato il risotto alla milanese.  DONNA NON PASSI MAI PER QUESTA STRADA. Così stava scritto, ancora nel 1821, all’ entrata di una galleria sotterranea aperta fra il 1576 e il 1579 per sveltire l’ andirivieni fra il cortile dei canonici dell’ Arcivescovado e il capocroce meridionale del Duomo. Non pare che il divieto fosse rispettato. Chiusa al libero passaggio del pubblico nel 1868, la galleria c’è ancora. FACCINE E FACCIACCE. Il basamento del Duomo, all’ esterno, è coronato da archetti i cui peduzzi terminano in molti casi in mascherette, in teste d’uomini e d’ animali. Chi ha la vista buona, o il miope armato di binocolo vi riconosce il gatto con un topo in bocca, l’ orso e l’ agnello, il bracco e il mastino e la civetta, un teschio con la corona, una brutta faccia baffuta, sotto un brettone ornato di gigli ( Un Re? ), Re con due facce e tre facce, uno scarnito viso incappucciato, un canonico paffuto, la caricatura di un ecclesiastico fatto somigliante a un maiale e grufolante sopra un libro, le fattezze di una monaca con il capo cinto di bende . . . davanti alla Rinascente, a chiave di parecchi archetti, si vedono quelle che sembrano facce di bravacci con berretto a ciuffo sull’ orecchio, proprio come lo conosciamo dalle grida del governatore spagnolo citato nei Promessi Sposi. In proposito esiste una leggenda: uno scultore salvò una bella e povera fanciulla ( Anche lei ritratta in una delle testine degli archetipi ) dalle persecuzioni d’ un bravo addetto alla compagnia del Capitano di Giustizia; che poi non mancò di esternare in una testina con i lunghi baffi a faccia di mastino. La sua impertinenza, essendo il ritratto molto somigliante, fu subito scoperta, e i tutori dell’ordine di quel tempo misero in prigione lo scultore e lo punirono con tratti di corda; ma l’ effige del malvagio rimase dov’ era, a suo scorno perpetuo. L’EREMITA SUL SAGRATO In una stampa del 1650 si può vedere, sul lato destro della gradinata del Duomo, una specie di piccolo igloo di pietra. Era chiamata “ Capanna di sassi “, e vi abitava un eremita. Una notte, nel 1651, alcuni “ Maligni “ gli distrusse l’ alloggio. La Fabbrica del Duomo decise, però, di ricostruirglielo dove a lui fosse piaciuto, e siccome l’ eremita scelse di stare più al sicuro, sul tetto del tempio, là il piccolo igloo fu rifatto, e l’lassù l’ eremita rimase fino al 1660, anno della sua morte e anno in cui la capanna fu distrutta. EFFICENZA. All’ interno del Duomo c’è una striscia di bronzo, incassata nel pavimento per tutta la sua lunghezza: è una meridiana costruita dagli astronomi di Brera nel 1780. Da un foro praticato nella volta penetra il Sole che giungendo sulla linea bronzea dovrebbe segnar l’ ora. La meridiana non ha mai funzionato. CANNONATE. Durante i rovesci della Repubblica Cisalpina le truppe austro russe a ogni annuncio di vittoria, o semplicemente nei giorni di festa, si portavano in piazza del Duomo e sparavano a salve con i loro cannoni, facendo così cadere le più antiche vetrate della cattedrale, e probabilmente quelle più recenti dei palazzi circostanti. COINTERESSANDO L’  ONNIPOTENTE. In Duomo, il 26 maggio 1805, Napoleone I° fu coronato o meglio si coronò Re d’Italia, prendendo con le sue mani la corona, mettendosela in testa e proclamando che Dio gliel’aveva data e guai a chi la toccava. O, se vogliamo dirla con Carlo Emilio GaddaL’ Adalgisa ), << Pallido e glabro e incompiis capillis, quei quattro che gli rimanevano, e indaffarato ovunque versoi le fanfare e la gloria . . . prese su lui stesso dal cuscino cremisi la corona del re Agilulfo che gli era oblata, e con una risolutezza spavalda se la pigliò su la cappa lui stesso, cointeressando l’Onnipotente alla ben nota millanteria >>. Grande scandalo suscitò l’audace scollatura delle signore che assistettero alla cerimonia. NAPOLEONE NEL DUOMO. Fra le statue del Duomo 3288 tra interne, esterne e isolate; 135 terminale di guglie ). Boucher de la Perthe, viaggiatore francese, assicurò di aver visto anche quella di Napoleone, con il caratteristico copricapo e le braccia conserte. Il Duomo e le cinque giornate. Il 18 marzo, prima delle cinque giornate, cacciatori tirolesi della colonna Rath occuparono la terrazza del Duomo e di lassù, a colpi di carabina, provvidero a rendere intransitabili la piazza e tutti gli spazi scoperti intorno alla cattedrale. Se ne andarono la notte tra il 19 e il 20 di marzo, in così perfetto silenzio che l’ indomani gli insorti, vedendo che tutto era calmo, cedettero a un agguato e non osarono entrare in duomo. Infine, tre più coraggiosi ( Luigi TORELLI Giambattista BARAGGI – e suo fratello ), ruppero gli indugi, entrarono e, indisturbati salirono fino alla Madonnina e lassù inalberarono il tricolore. I concerti del sabato grasso. Lungo il lato meridionale del Duomo, di fronte a Palazzo Reale, convenivano un tempo per il sabato grasso tutti gli organetti della città, e tutte le persone che ne volevano uno per le danze di quella sera. Prima di concludere il contratto di nolo, i contraenti si facevano suonare arie e ballabili, e pare che il rumore fosse in certi momenti tanto forti da coprire quello del traffico che anche allora non doveva essere poco. Dromedari a San Bernardo. Nel 1860, quando in Milano finalmente libera dagli austriaci si cominciò a pensare seriamente alla sistemazione in piazza del Duomo, fu bandito un concorso aperto a chiunque avesse idee in proposito. Dei 220 progetti presentati, uno proponeva di ottenere l’ allargamento della piazza tagliando via una fetta del Duomo; l’ autore e gli autori del progetto sottolineavano che così si sarebbero ridotte al minimo le spese e inoltre si sarebbero avuti a disposizione gli ottimi materiali ricavati con la demolizione di parte della cattedrale. Nel ’62 comincio l’ esame dei progetti. Prevaleva l’ idea di una piazza molto ampia, idea che uno dei giornali del tempo, la Cicala Politica, mise in burla in una serie di vignette diventate famose. In una, per esempio, si vedono le << Apposite carovane per attraversare la piazza >>, cioè una specie di portantina a molti posti sul dorso di un dromedario; in un’altra il << Costume dei viaggiatori nell’ inverno e nell’ estate >> ( Nell’ estate, grande sombrero e immenso ombrello; nell’ inverno, un viaggiatore imbacuccato fino all’ inverosimile, con addirittura tre capelli in testa ); sempre per l’ inverno, la Cicala prevede un servizio per cani di San Bernardo, che si vedono vagare, fiaschetta al collo, in una sterminata difesa nevosa, con un Duomo lontanissimo nello sfondo. Bla . . . bla . . . bla. << Ieri fui sul Duomo, per erigere il quale si costringe tutta una montagna di marmo ad assumere le forme di peggior gusto. Le povere pietre vengono ancora tormentate ogni giorno, giacché quell’ assurdità o meglio quella meschinità, è tutt’ altro che finita >>. Da una lettera di Wolfgang Goethe al duca Carlo Augusto, il 23 maggio 1788. Ferragosto senza l’ esodo. Com’ è attestato da un quadro che si trova al Museo di Milano e da una copertina del Secolo Illustrato della domenica, i milanesi, sulla fine del secolo scorso e ancora nei primi lustri di questo, usavano trascorrere il Ferragosto in allegri picnic sul tetto del Duomo. La fabbrica del Duomo. A Milano, la fabbrica del Domm è sinonimo di lavoro non tanto << Interminabilmente lungo >> quando << Non mai finito >>, perché va continuamente ripreso, perché quando si finisce da una parte bisogna ricominciare dall’altra; un pò, insomma, come la tela di Penelope.
Questa necessità di continuo intervento umano si fa sentire soprattutto per quanto riguarda la superficie esterna, l’ << Epidermide >> del momento; e dipende:
1) dall’ uso troppo fiducioso e non sempre prudente del marmo, dalla sua scelta e qualità;
2) dalla presenza di troppe integrazioni metalliche, soprattutto ottocentesche;
3) dalle carenze fatali del tipo di terrazzo praticabile prescelto e dalle scadenti qualità delle volte e contro volte in mattoni che la sostengono;
4) da altre cause occasionali discontinue, ma non trascurabili . . .
In queste letterali termini A. Cassi Ramelli fa il punto della situazione in Curiosità del Duomo di Milano.
In altre parole, il marmo di Candoglia, pur splendido, presenta inclusioni di pirite che si scompongono, si trasformano, e così gonfiano e incrinano la massa; le integrazioni metalliche si ossidano, si gonfiano, si rompono, tanto che oggi si sta provvedendo alla sostituzione con meno alterabili legamenti di acciaio inossidabile; il marmo non fu né per varie ragioni poteva essere tagliato secondo le regole dell’arte, e così si sfalda e si scheggia; le crociere sono coperte con vele di mattoni malfatte.
La pubblicazione già citata ci assicura che << Le strutture portanti del duomo consentono, almeno per quanto se ne può presumere come esame a vista, una rassicurante tranquillità >>. Ma la stabilità della << Porzioni terminale del muro esterno . . . diede sempre preoccupazioni agli antichi costruttori, dati i grandi vani dei finestroni interposti e la componente delle spinte delle crociere irregolari >>, ( Infatti, ogni volta che i milanesi chiamavano, nel corso della costruzione, un architetto d’ oltralpe, poco dopo trovarono più opportuno licenziarlo perché avrebbe voluto rifare tutto, convinto che tutto sarebbe rovinosamente crollato ). E così, << Basta che una catena di ferro si allenti ( O si rompa ), come capita e il muro si flette verso l’ esterno >>. Insomma, cascherà? Il passo pericoloso. Così è stata soprannominata una statua, alta sopra un pilone che guarda verso via Santa Redegonda; raffigura una fanciulla seminuda, che sta per passare dal suo piedistallo a un poco distante, ma dovendo girare l’ angolo del pilastro teme di scivolare e con le palme delle mani si tiene al muro. Le fa riscontro, sulla destra, una figura d’ uomo ignoto che si accinge a identica acrobazia. La flora del Duomo. Fra tante cose, il Duomo vanta una modesta flora semi ( o del tutto ) clandestina. Sono piantine minuscole, alghe, muschi, nati da sementi, che il vento ha portato. Come osserva Antonio Cassi Ramelli in curiosità del Duomo di Milano, i professori Vignoli e Sordelli hanno costatato la presenza di fanerogame ( Linariaogmularia, stellaria media, paratoria, offivinalis ), di crittogame cellulari o muschi Barbula muralis, bryum argenteum, caespeticum e capillare ), felci ( Aplenium, ruta muraria ), licheni e alghe del gruppo << Oscillatrice >>. Il Santo Chiodo nella << Nivola >>. Il 3 di maggio, durante l’ annuale cerimonia del ritrovamento della Santa Croce, cinque canonici ( E a volte, con loro, l’ arcivescovo stesso ), in Duomo montano su di una nivola ( Nuvola ), già azionata da argani, la cui invenzione si attribuì a Leonardo, e ora mossa da un congegno elettrico circondata da angeli. Con questa macchina si sale a quarantacinque metri d’altezza, dove, nella volta dell’ abside, è conservata la più preziosa delle reliquie: il Santo Chiodo che servì alla crocefissione di Gesù. Si tratta di uno dei quatto che sant’ Elena madre di Costantino portò con sé da Gerusalemme; per salvarsi da una furiosa tempesta ne gettò uno in mare, gli altri tre gli regalò al figlio. Costantino ne perse due; l’ultimo lo fece inserire nella famosa corona ferrea conservata a Monza, che servi a coronare i re d’ Italia. Il Santo Chiodo conservato a Milano è dei due che si erano persi; fu miracolosamente ritrovato da sant’Ambrogio mentre stava per essere lavorato sull’ incudine di un fabbro. Durante la peste del 1576, San Carlo lo portò in processione per le vie della città. O me bela Madunina. La Madonnina è un incrocio di Tour Eiffel e di Sirenetta; in più, sta sui panettoni. Secondo alcuni, se i tedeschi cantavano il loro liberalles, gli italiani, e non solo i milanesi, dovrebbero cantare omebelamadunina ( Il famoso concetto di << Capitale morale >> è protervamente espresso nella strofetta che dice, tradotta: qui si vive la vita, non si sta mai con le mani in mano; dicon tutti << Lontan da Napoli si muore >>, e poi vengono a Milano ).
Più umani i versi di Vespasiano Bignami:

O Madonna indorata del Domm,
fina tant che te vedi a lasì
mi sto ben, sont allegher, foo i tomm.
Ma on moment che no t’ abbbia pu ti
sott i oeuce, o Madonna del Domm
senti on voeui, gh’ hoo on magon de no dì’.
Sberlusiss, o Madonna del Domm!

Eccetera. Basti tradurre per gli << Italiani >> illetterati, foo i tomm in << Faccio le capriole >>; magon, letteralmente << Stomac o >>, è un tipo di malinconia corposa, e il Manzoni scrisse, per definire un suo personaggio, << Quel car magon di Lucia >>; sberlusiss è ottativo d’uno sberlusì iterativo; pressappoco, << Continua a rilucere>>.
Anche nella realtà fisica della cosa, però, questa pillola indorata di Milanesismo concentrato ha un cuore ben milanese. La statua fu costruita fra il 1769 e il 1774 da Antignati, intagliatore; un Perego, scultore; un Preda e un Bini, orefici, un De Giorgi pittore; un Varino, fabbro.
Al Varino si deve lo scheletro metallico, cuore della Madonnina, << Costituito da un elemento verticale quadro sul quale si innestavano cinque ordini orizzontali di sostegno con collegamenti verticali che seguono lo sviluppo dei pannegg>>, come ha spiegato l’ ingegnere Carlo Ferrari da Passano, direttore tecnico della Fabbrica del Duomo. Sotto il bronzo dorato sta insomma un’ aggrovigliata scultura informale in ferro che ad alcuni può dir più che dell’involucro.
E’ alta metri 4,16; pesa 3 quintali. La doratura fu rifatta nel 1830, nel 1904 e nel 1939. Nel 1967 si cominciò con il volerla ridorare, e si dovette invece rifare completamente lo scheletro metallico: lo smog l’ aveva corroso fino a farne temere il crollo totale, che sarebbe stato un cattivo auspicio per le sorti nazionali. Come annotò la rivista del Touring club Italiano << del basamento della statua si erano accumulati ben trenta centimetri di ruggine, sbarre di ferro ridotte a polvere; né quei trenta centimetri erano tutto: bisogna pensare a quant’ altra sabbia rossastra era già andata dispersa nell’ aria, trascinata via dal vento e dalla pioggia >>. Il bacino sotterraneo. Dall’ abbondanza d’ acqua sotto il Duomo è nata la convinzione che vi sia qui un bacino sotterraneo dove si può andare in barchetta, a lume di torce.

 < F >

FABBRI, via dei – Cicca, cicca la minee. Già in età antichissima la via si sarebbe chiamata Vicus Fabrorum, perchè sede di artigiani del ramo.

Quì sorgeva la Pusterla detta Fabbrica o dei Fabbri, già facente parte della cinta muraria di Trecento. Sopra la Pusteria era murata una lapide in cui si vedeva raffigurato il busto ignudo e florido d’ un giovane dalla testa ricciuta incoronata di torri. ai lati, due sigle: IOR e HVF.

Secondo alcuni, il giovane era Imeneo, protettore delle nozze, e le sigle andavano lette come Imago Optimi Regis e HymenesVeneris Filius. In ogni caso, le coppie di sposi novelli si recavano a rendergli omaggio, seguite da colazzi di ragazzini che li canzonavano e insieme festeggiavano gridandi: << Allaminee! Allaminee! >>, forse corruzione dell’ invocazione nuziale latina << O Hymen Hymenee >> ( del grido dei ragazzini al seguito degli sposi rimane forse l’ eco nell’ esclamazione di dileggio << la minee >>, ancora in uso perlomeno fino a non molto tempo fa, non da sola ma preceduta da << cicca cicca >> ). più tardi, un pio gentiluomo preoccupato del sopravvivere della superstizione pagana fece cancellare l’immagine.

Ma secondo altri, il florido giovane turrito rappresentava Milano prospera città cinta di torri, e le due sigle erano in realtà una, da leggersi: Juvantibus Optimatibus Regionibus Haec Urbs Facta, cioè <<questa città fu fatta, aiutando i  cittadini delle città della provincia >>.

Demolita sullo scorcio del secolo per le insistenze dei bottegai del corso di porta Genova secondo i quali ostruiva il traffico e danneggiava i loro interessi, la Pusterla fu ricostruita dapprima nel grande cortile del Castello, poi trasferita al Museo del Castello, dove si trova tuttora.

FATEBENEFRATELLI, via – Esortazione

Ha dato nome alla via l’ ospedale omonimo ( che poi cambiò sede ), ideato nel 1584, poi diretto dai frati di San Giovanni di Dio. Questi frati erano chiamati popolarmente Fatebenefratelli perché nel fare la questua dicevano << Fate bene o fratelli a voi stessi >>.

FERRARI, ANDREA, Cardinale, piazza

V. Cardinal Ferrari, piazza

FESTA DEL PERDONO, via – Strane cure

Gli epilettici ricoverati all’ Ospedale Maggiore venivano curai con bagni nell’ olio caldo, e da un documento del 3 luglio 1713 risulta che un sacerdote epilettico << Messo dai portantini in un bagno d’olio troppo caldo, pro convulsis, ne morì >>.

Nè meglio erano trattate le meritrici per le quali nel 1559  il governatore ordinò che all’uscita dall’ Ospedale venissero come schiave segnate con un << Segno morello >> affinché in seguito fosse possibile distinguerle. I barbieri di frequente eseguivano operazioni d’ ernia e un documento del 6 settembre 1491 ci informa che un barbiere venne assunto all’ospedale come portinaio col patto << Di istruire nell’arte della flebotomia >> l’ infermiere Giovanni Barbaroli. Polvere di grasso di cranio e grasso orsino. Ancora agli inizi del 1700 nella farmacia  dell’ Ospedale Maggiore si tenevano forti quantitativi di polvere di cranio umano che serviva per curare varie malattie, era sopratutto l’ epilessia. Ecco altre ricette di quegli anni: < < . . . il grasso orsino fa dilungare i capelli, et rinascere anchora, quando cascano dal capo per pelagione; quello del cervo et degli elefanti discaccia, ungendosene, le serpi; il grasso lavato con vino et impastato con cenere e calcina giova grandemente nei dolori del costato. Il latte di donna sotto dalle poppe giova ai rodimenti dello stromaco et ai tisici. Fegato caldo d’ elefante guarisce il mal caduco; capelli pestati nell’aceto guariscono; latte di giraffa fa sparire la tosse asinina . . . >> e così via.

Tra le altre curiosità interesserà sapere che solo nel 1710 venne proibito l’ accesso nelle corsie alle galline che prima allegramente vi razzolavano, e nel 1827 ai cani. L’istituzione della festa. La << Festa del Perdono >> ( Così soprannominata dai fedeli milanesi ) è un solenne giubileo istituito nel 1459 da papa Pio II°, il quale concedette con esso vent’anni di indulgenza plenaria e la commutazione dei voti in opere pie. La Festa venne celebrata per la prima volta a Milano nel giorno dell’ Annunziata, il 25 di marzo 1460: alla cerimonia convenne una moltitudine incredibile di fedeli le cui elemosine ammontarono a 8656 lire imperiali ( Circa 18mila euro odierni ), devolute in parte all’ Ospedale in parte alla progettata crociata. Si continuò a celebrare tale festa per ben cinque secoli, e le celebrazioni religiose si mutarono in feste e baldorie sfrenate. Quattro giorni prima e quattro giorni dopo la ricorrenza era severamente proibito da apposite grida molestare o arrestare persone, o confiscare i loro beni, salvo si trattasse di << Famosi banditi >> o assassini, o ribelli. Queste disposizioni facilitavano le perturbazioni, i disordini, gli scandali. Strani lasciti. Il 16 di marzo 1547 il nobiluomo Gaspare Trivulzio lasciò per testamento un legato a favore di un convento di Locate, Santa Maria alla Fontana, disponendo altresì che in caso di soppressione del convento il lascito passasse all’ Ospedale Maggiore di Milano. Il quale trecentuno anni dopo, e cioè nel 1848, riuscì ad avere tale lascito che, dopo le solite transazioni, ammontò a 800 lire. Luca Riva, analfabeta e sordomuto era tuttavia un buon disegnatore e adoperò tale abilità nella compilazione del suo testamento: un documento a <<Fumetti>> che si conserva nell’archivio dell’Ospedale. In dieci vignette il Riva <<Scrisse>> le sue volontà: 1000 lire alla Chiesa della Madonna della Fontana; 400 lire a San Giovanni in Conca; 1000 lire alla Parrocchia di San Giovanni Pasquirolo; 400 lire ai figli di Felice Riva che disereda perchè bandito per omicidio; 150 lire soltanto al Nipote Giulio perchè accanito giocatore; 600 lire di dote a sei giovani oneste della sua parrocchia; 300 lire ai Padri Zoccolanti; il frutto di 4000 lire (Oltre dote e controdote) alla moglie; 500 lire ai Padri Scalzi; infine col decimo e ultimo disegno lascia erede l’Ospedale Maggiore. Il benefattore a parole. Tra i benefattori ( O meglio i benefattori mancati ) merita speciale attenzione il nobiluomo genovese Leonardo Spinola: afflitto dall’esecranda passione per il gioco il nobiluomo si recò da un notaio davanti al quale fece giuramento di non più giocare oppure, in caso di ricaduta, il versare all’Ospedale Maggiore la somma di seimila scudi ad ogni ricaduta, in caso di vincita come in caso di perdita.

I deputati dell’ Ospedale vennero però a sapere che lo Spinola giocava tranquillamente senza minimamente pensare a tener fede all’ impegno. Dopo varti tentaivi finirono per rivolgersi alla Santa Sede e ad ottenere l’ 8 gennaio 1561 il decreto di scomuica che colpiva sia lo Spinola sia coloro che avendolo viso giocare non lo denunciarono ai deputati dell’ Ospadale. Tale provvifinentrio non servì a far ravvedere il genovese. I ritratti dei benefattori. Negli anni dispari, dal 26 di marzo, Festa del Perdono, al 15 di aprile, viene esposta nel cortile della Ca’ Granda una selezione della raccolta di ritratti in possesso dell’ Ospedale Maggiore. Sono le effige dei benefattori più generosi, che l’ Ospedale cominciò in tal modo a immortalare ufficialmente all’ inizio del XVII secolo; ci sono nella raccolta anche ritratti più antichi – uno tra i quali è attribuito a Tiziano -, ma la consuetudine si stabilì solo allora. Dapprima l’ ingresso al pantheon dei ritratti fu riservato ai personaggi più illustri per nascita a titolo, poi, ” Cognosendosi di quanta convenienza, sii fare il ritratto dei Benefattori “, fu allargato anche ai commoners. La prima esposizione pubblica dei ritratti avvenne per la Festa del Perdono del 1699. Nel 1810 l’ onoranza del ritratto fu minuziosamente regolata: chi dava almeno 40.000 lire aveva diritto al << Mezzo ritratto >>; il << Ritratto intero >> spettava dalle 80.000 in su. Forte di questo << Tariffario >>, il benefattore Giuseppe Rota, donando sul finire del secolo scorso 300.000 lire, pretese tre ritratti, il suo e quello dei genitori; grazie alle sue esigenze, la raccolta si arricchi di un Previati e di un Segantini. Oggi una donazione di 5 milioni dà diritto ad un ritratto a mezzo busto << cm. 30 x 75 >>; con 10 milioni si ha un ritratto a tre quarti << cm. 130 x 100 >>; con 20 milioni un ritratto a figura intera << 200 x 130 >>. La raccolta dell’Ospedale Maggiore, che conta oggi quasi mille dipinti, è certamente una delle più singolari raccolte di ritratti esistenti. Non vi mancano, è vero, i ritratti aulici ( Da segnalare fra questi quello del conte Giacomo Mellerio ), ma il tono dominante è dimesso e borghese: medici, avvocati, notai, negozianti, industriali, colti in un momento della vita quotidiana e fermati, coi panni di tutti i giorni, nell’ aura intimistica e mortuaria del ritratto di famiglia. Il gusto realistico, tutto lombardo, del [ parla come mangi ], tocca l’ estremo nell’edificio di Cesare Fantelli vinaio, ritratto da Euleterio Pagliano1875 ) nella sua cantina, con le maniche rimboccate, uno straccio in una mano e il mezzo litro nell’ altra. il ritratto parve sconveniente alla ciommissione dell’ Ospedale, e venne dapprima respinto; oggi però è esposto con gli altri. E’ superfluo dire che la visita alla raccolta è importantissima per chi studi il costume di Milano, indispensabile per chi voglia capirne l’ urna.  L’ abbaglio del Mangiagalli. Nell’atrio che precede il cortile dell’ Ospedale si può vedere il monumento di luigi mangiagalli ( 1849-1928 ), famoso ostetrico e ginecologo, autore di un Trattato di ginecologia, di lavoro sulle malattie infettive in gravidanza, di studi sulla posizione frontale, sull’anchilostomiasi in gravidanza e altri ancora. Una volta il Mangiagalli diagnosticò a una donna non più giovanissima un tumore benigno che dopo nove mesi si rivelò per un bambino. La pagò cara. Diventò per qualche tempo la favola della città, e il Guerrin Meschino gli chiedeva impietoso:

 Scior  dottor,

l’ è  on  fioeu

o  l’ è  on  tùmor?

FIORAVANTI, via – L’ architetto del Cremlino

La via porta il nome dell’ architetto del secolo XV, che partecipò alla ricostruzione del Cremlino di Mosca, rimaneggiato poi parzialmente da un altro architetto forse milanese, Pietro Solari.

FIORI CHIARI, via – Fiori e Fiori

Non si sa  a che cosa questa via debba il nome; è stata avanzata l’ ipotesi che vi fossero giardini con fiori più chiari di quelli sbocciati nella via che la continua, chiamata appunto Fiori Oscuri. Altri fanno notare che la presenza del nome d’ una via della parola << Fiori >> è sicuro indizio della passata ( Mica poi tanto ) esistenza di case di piacere, ma è più probabile che la denominazione delle due vie derivi dalla diversità di certri stemmi di quartiere.

FONTANA, piazza – Le Teodolinde

Le sirene che adornavano la fontana del PiermariniDa cui è venuto il nome all’ attuale Piazza Fontana ), sono chiamate << Le Teodolinde >>. L’ astronomo Paneroni. Piazza Fontana fu, con Piazza Cavour, dov’ era allora il Politecnico, la platea preferita di Giovanni Paneroni, nato nel 1871 a Rudiano, fra Bergamo e Brescia, morto nella sua borgata natale nel 1950.  Figlio di un commerciante di frutta e verdura, ex seminarista, Giovanni Paneroni si interessava solo di astronomia; lunghi e attenti studi lo portarono a concepire una teoria del tutto in contrasto con quelle di Copernico e Galileo, teoria abbastanza efficacemente riassunta in una delle scritte che affise sui muri di Milano.

ASTRONOMI STUPIDI

GALILEO SBAGLIO’

La terra non è vertiginosissima

ma piana infinitissima ferma

Il sole piccolissimo circola sopra non

scende, sempre alto 1.000 chilometri.

Richiedete tremenda geografia

Giovanni PANERONI – Rudiano

Per il suoerastronomo Paneroni, il sole era largo 2 metri e viaggiava alla velocità di 2.000 chilometri orari. la terra non si muoveva nè, sopratutto era rotonda;

<< Se noi di notte fossimo proprio capovolti il sangue dei piedi andrebbe alla testa, o bestie, e si dovrenbbe vomitare. Le navi avrebbero bisogno di freni nel discendere o rovesciarsi nel salire . . . i pozzi d’ acqua non potrebbero tenervi dentro l’ acqua e attingerla di notte non si farebbe fatica causa verrebbe estratta dall’ alto >>.

A Milano, in piena clima futurista, il Paneroni ebbe successo e radunò intorno a sè un pubblico di studenti e giovani colti che, crudelmente dandogli corda, gli fecero persino pronunciare, nel 1920, una prolusione all’ anno accademico e due anni dopo organizzarono un veglione in suo onore. Il superastronomo prese a girare l’ Italia per diffondere le sue teorie e a visitare tutti i luoghi dove si tenevano congressi scientifici: appostato sul passaggio dei congressisti, mostrava i suoi manifesti ed esponeva a voce le sue teorie.

Disgraziatamente, la polizia prese a interessarsi di lui, e il PaneroniChe molto probabilmente era in buonissima fede, e sicuramente era persona innocua ), fu chiuso nel 1938 nel manicomio di Roma. Ne usci tre mesi dopo e tornò a Rudiano, con il permesso di frequentare soltanto Brescia; solo dopo la guerra apparve per brevissimo tempo a Milano, ma questa volta senza raccogliere allori di nessun genere.

FOSSE ARDEATINE, Via delle – Una grande e buia caverna

Su questa via si apriva il portale del palazzo costruito in epoca fascista per ospitare la Federazione Provinciale Fascuista del Commercio ( Vedi anche Piazza San Sepolcro ), oggi diventata sede dei Carabinieri. Dall’ altissimo atrio oggi c’ è solo il vano: una specie di grande e buia caverna, per circa un terzo dell’ altezza sbarrata da un muro bigio. Vegliano in alto, impastai sul muro, quattro esseri alati.

L’ orlo del portale è di lucida pietra grigia. Nessuna traccia delle due massime che vi furono scolpite in alto rilievo nei tempi d’ oro: << Se il secolo scorso fu il tempo della potenza del capitale, questo ventennio è il secolo della potenza e della gloria del lavoro >> e << Il partito è lo strumento formidabile e al tempo stesso estremamente capillare, che immette il popolo nella vita politica e generale dello Stato >>.

< G >

GALLO, via del – Il cantachiaro

Questa piccola via che si apre su di un fianco del Palazzo del  Giureconsulti era così chiamata dal gallo dorata che stava sulla cime del campanile della chiesa di San Michele al Gallo, demolita alla fine del Settecento.

GARIBALDI, corso – La volontà dei negozianti

Porta Garibaldi ebbe il nome dell’ eroe dei due mondi solo nel ( 1859 ); in origine l’Arco si chiamò Porta ComasinaCosì anzi i codini continuarono a chiamarlo sini alla fine dell’ Ottocento ) e fu dedicato a Francesco I° d’ Austria, in ricordo. In origine portava la dedica:

A Francesco I

più ottimo massimo

i negozianti di Milano eressero

E in un biglietto stampato e fatto circolare di nascosto un bello spirito trasformò la dedica in epigramma aggiungendo il verso. La storia piacque ai milanesi; tanto che alcuni attribuirono il verso aggiunto ad Alessandro Manzoni.

GIARDINO, vicolo – I Martinit

L’antico vicolo dovrebbe il nome ai giardini dei TorrianiVedi via Manzoni, I giardini (e la fine ) del Torriani.

Così via Manzoni, fu la prima strada milanese fatta pavimentare dal podestà Napo della Torre. Qui, sui resti di un ospedale << di San Martino >>, i Somaschi fondarono nel 1544 un orfanotrofio. In ricordo dello scomparso edificio i ragazzi del popolo ivi ricoverati ebbero il nome << Martinitt >>, che conservano tutt’ora, nonostante i cambiamenti di sede.

GORANI, via – Un mezzo Caglionostro nostrano.

La strada, antichissima, si stacca dalla via Borromei, per deviare tosto ad angolo retto e sbucare all’incrocio di via Morigi con via Brisa e via Vigna.

Proprio in corrispondenza del << Gomito >> esisteva fino all’ agosto del 1943 l’ingresso del palazzo Gorani; una costruzione che si svolgeva subdolamente all’ interno, oltre il bel cortile porticato, sull’area di un’ antica casa dei Crivelli, della quale rimane ancor oggi la snella e ( Fatiscente ) torre quattrocentesca. Palazzo Gorani era un edificio secentesco, austero e tuttavia permeato di una certa grazia spagnolesca; un misto di tetraggine da Ferrer e di leggiadria da Barrio de Santa Cruz. Quì nacque nel 1740, quel mezzo Cagliostro che fu il conte Giuseppe Gorani. Pochi personaggi accumularono tanta varia gamma di esperienze – e sopratutto incarnarono l’ epoca loro – come costui, di volta in volta soldato – avventuriero – spia – lertterato – libertino, nonchè – all’ occorrenza – impeccabile gentiluomo. Altrettanto dai Barnabiti, si fece soldato per partecipare alla guerra dei sette anni. Visse in Austria e in Prussia, ove fondò una loggia massonica. Nel 1764 appoggiò la lotta di Pasquale Paoli contro i genovesi, ma senza farneticare di porsi in testa la corona << Di Corsiva e dell’ Elba >>. Subito dopo si mise al servizio del Pombal in Portogallo, e fu anche << Informatore >> di Maria Teresa. Per la sua vasta cultura, durante il suo soggiorno in Francia potè accostare gli Enciclopedisti e fu amico di Voltaire. Scrisse un saggio sul dispotismo illuminato – in questo incoraggiato dal Beccaria – e presentò persino un programma di governo liberale e Vittorio Amedeo III° di Savoia, rimasto però lettera morta. Dal 1770 al 1790 bazzicò le Corti di tutta Italia, ricavandone vario e piccante materiale per quei Mèmoires, Secret et Critiques des Cours, des Gouvernements et de Moeurs del Principaux Etats d’Italie, che gli procacciarono l’odio irriducibile di molte altolocate signore, prima fra tutte la famigerata Maria Carolina di Napoli. Ma ad eloquente testimonianza della vita del Gorani restano sopratutto i Mèmoires pour servir à l’ histoire de ma vie. <<Je n0aurais jamais songè à tracer ces lignes >> scrive il Gorani nel primo capitolo << si ma vie n’eùt ètè souvent linèe à des èvènements dignes d’ètre connus, et si je n’ avais pas passè la plus grande partie de cette vie à ètudier les hommes, les costumes, les lois, les moeurs et les gouvernements >>. Colpito dai bombardamenti, il palazzo Gorani è stato subito dopo ridotto definitivamente in polvere. Chissà dovè finito il bellissimno balcone in ferro battuto, tutto riccioli e volute, che sovrastava il portale. Restano, oltre al profilo bugnato di quest’ultimo, la suddetta torre, che presto verrà inserita << In una zona a verde >>, con le rovine delle Terme romane di via Brisa.

Tuttavia la contrada conserva un certo carattere, per la sopravvivenza di vecchie non indecorose dimore, e di decrepiti antri artigianali, non ultimo quello di più annoso e famoso << Aggiustatutto >> milanese. GRANDI, piazza – L’ arida pietra non dà suono d’ acqua

Per onorare la memoria la memoria di Giuseppe Grandi, l’autore del monumento alla Cinque Giornate, si eresse nel 1936, nella piazza a lui dedicata, una fontana, opera di Werther Sever e Emil Noel-Winderling, che resta il più improbabile e misterioso monumento della Milano moderna.

Ai margini di una grandissima vasca un gigante di bronzo dai tratti negroidi piega un ginocchio a terra e fissa attonito un pentagonale torrione di pietra all’ angolo opposto della vasca. forse intendeva simboleggiare lo stupore del primitivo di fronte allo sgorgare della linfa, ma ahimè.

the dry stone no sound of water

Only there in ahadow under this red rock.

Come estremo rito di fertilità la gente carezza beneaugurandosi il dito del negroide.

 

A.la.t.Ha.

 < H >

HOEPLI, via – La contrada de veder

Nel seminterrato della Libreria Hoepli si può vedere una spenta riproduzione di fantasia in formato ridotto, in stucco giallino, della Galleria De Cristoforis.

Era stata aperta nel 1832 dai tre nobili e ricchissimi fratelli De Cristoforis sulla destra della Chiesa di San Carlo al Corso, all’ incirca sull’ area occupata oggi dalla Galleria del Toro. Illuminata sfarzosamente da lampade ad olio o a gas, adorna di specci e di dorature, la galleria venne battezzata dai Milanesi contrada de vederContrada di vetro ) per i cristalli dei fitti e splendidi negozi, per la copertura di lastre di vetro.

< I >

ITALIA, corso – Visione di Caterina Galanti

Nella chiesa di Santa Maria presso san Celso è veneratissima l’immagine della Madonna dei Miracoli. Nel ‘400 l’ affresco era nascosto ai fedeli da un velo: il 30 dicembre 1485, mentre il parroco celebrava la messa, la signora Caterina Galanti vide la Madonna sollevare il velo che la copriva e, in un alone di luce, mostrarsi ai fedeli. Al grido di meraviglia della Galanti risposero quelli degli altri fedeli i quali furono anch’essi testimoni del miracolo.

La sacra immagine, quasi completamente svanita, è ricoperta dal paliotto in lamina d’argento dell’ altare dell’Assunta. Il santo velo è conservato in una teca di cristallo e viene mostrato agli sposi milanesi che, dopo la cerimonia, vengono in questa chiesa a ricevere una particolare benedizione. Nell’ atrio della chiesa, a sinistra, un bassorilievo in marmo riproduce l’ immagine della Madonna dei Miracoli. Il 2 di luglio del 1630 la Madonna liberò la città dalla peste. più tardi acconsentì a liberare la città dai soldatio di Radetzky, per la qual cosa i nobili milanesi le donarono una lampada d’argento. Seconda immagine miracolosa. Nella  navata sinistra della chiesa di Santa Maria presso San Celso c’è un affresco del XV secolo riproducente la Madonna col Bambino e i Santi Nazaro e Celso. La Madonna, detta delle Lacrime, è attorniata da numerosissimi ex-voto e illuminata da molti ceri accesi: il 13 luglio del 1620 quest’ immagine pianse, davanti a numerose persone. Il linguaggio dei capitelli. Dalla chiesa di Santa Maria presso San Celso si passa alla chiesa più antica di San Celso, sorta tra il 992 e il 998 sul campo dei tre mori (= Dei tre gelsi), luogo del martirio dei santi Nazaro e Celso,. Nella navata destra una lapide segna il punto ove è sepolto San Celso. Dal portale della chiesa si esce in un cortile ricavato dalla demolizione, avvenuta nel 1818, di due campate; nel muro che delimita il giardino ci sono tracce delle colonne delle arcate demolite, con capitelli romanici. tra i capitelli si possono vedere alcuni esempi dell’emblematico linguaggio che parlava alle anime delle chiese romaniche. un uomo conduce per la briglia un cavallo trattenuto per la gamba da un altro: il cavallo simboleggia le passioni sessuali frenate dalla ragione. la testa umana che appare tra due fiere fuggenti è quella di Daniele: figurazione del Cristo che ha vinto le potenze della morte e riguadagnato il Paradiso.

La lepre azzannata dalla volpe è simbolo della lussuria e della parte carnale dell’uomo combattuta e vinta dallo spirito. Sculture impudiche. Sull’architrave dell’ ingresso di San Celso è scolpita la storia della conversione, della predicazione del martirio dei Santi Nazario e Celso. L’ architrave è sostenuto da due figure in atteggiamento osceno: quella a sinistra scopre le pudende e quella di destra le copre con entrambe le mani: secondo l’AllegranzaUn erudito del ‘700 che tentò d’ interpretare puntigliosamente le sculture romaniche delle chiese milanesi ), stanno ad insegnare a frenare i sensi, le cui passioni devono fermarsi alle soglie del tempio di Dio.

< K >

KEPLERO, via – L’incendio di via Keplero.

Via Keplero di Milano è famosa poco meno della via Merulana di Roma per aver dato il titolo a uno dei più bei racconti di Carlo Emilio Gadda, l’ incendio di via Keplero.

Dal testo, che rimonta al 1930-35, risultano pochi dati topografici architettonici e socologici oggettivi. la casa vittima dell’ incendio reca il numero civico 14. E’ un’ << Ululante topaia >> di almeno cinque piani. Sorge su di una << Strada incompiuta >> ricca e di << Polvere >> e di <<Piscia>> e di << Polpette di cavallo >>. Vicini sono << Stabilimenti >> ( e << Ciminiere >>) con << Sirene >>. Qualche finestra mostra anche all’esterno una << Taparella gialla, di stecchi di frassino, arrotolato con i suoi cordigli frusti nella parte superuore del vano >>. Periferia in via di colonizzazione: <<Con tutto che il Keplero c’ è fior di negozianti, ormai, che in questi ultimi anni ci sono andati a star di casa con la famiglia >>.

Il turista letterario d’ oggi, mentre progetta il viaggio, immagina a priori che il vero 14 di via Keplero non s’ha da trovare, nè domani, nè mai. Ma se non altro andremo dalle parti di via Gluck, sacra ai penati di un altro genius loci, Adriano Celentano.

 Dalla fiancata est della Stazione CentraleAnno 1930 ), si prende per via Schiapparelli e via Carissimi. dopo il taglio perpendicolare di via Restelli ha inizio, sulle mappe e sulle targhe, via Keplero. I numeri pari stanno a destra. Si comincia con un giardinetto,non senza cartelli – divieto di scarico -. A nord lievita la cupola di piazza Carbonari, con i quadrifogli e il spartitraffico. Segue una fabbrichetta, con il portone senza numerazione. Intersezione con via Oldofredi. Di qui, fino alla granfe traversa di via Taramelli, muri senza soluzioni di continuità. Muraglie e muricce, anzi per un buon tratto, fino al numero 20. Dico: il primo numero pari di via Keplero è il 20. Il 14 non è mai esistito, come il votcentvott808 ) del Carrobbio, dove stava, secondo il Porta, Giovanni Bongeri.

la strada dunque, ancora per qualche anno, è <<Incompiuta>> come ai tempi del Gadda; anche se mancavano ormai e <<Polvere>>, e <<Piscia>> e <<Polvere di cavallo>>.

Se qualche meneghino emigrato o (Magari) l’ingegnere leggeranno quelle righe, si meraviglieranno che io tracci muri muraglie e muricce da via Oldofredi e via Taramelli: bravo!, diranno. E via Martignoni ? Signori, via Martignoni non c’ è più. C’ è ancora, sulla sinistra; ma sulla destra il muro fila diritto, con una targa stradale in marmo bianco regolamentare: LA VIA MARTIGNONI PROPSEGUE CON ACCESSO DAL VIALE MARCHE. C’è qualche casa in via Keplero, sia pure non al 14, che corrisponde al 14? La risposta è: si.

C’ è una casa con accesso in via Taramelli 60, che dà in Keplero col fianco. Lì certamente abita qualche Arpàlice Maldifassi, qualche Flora Procopio, qualche Loreto, qualche Besozzi Achille, qualche Isolina Fumagalli, qualche Pedroni Gaetano, qualche vecchio Zavattari, qualche cavalie Carlo Garbagnati, e lavora qualche Ermenegildo Balossi. Anche se la costruzione è di poco il ’30 – 35. Del ’30 – 35, o qualche anno prima, c’ è giusto la casa di via Keplero 33, recentemente ripitturata in celeste; ma forse è ( Era ) troppo << Signorile >>.

< L >

LAGHETTO, via e vicolo – La casa degli sporchi

Il vicolo nacque agli inizi dell ‘800 con il completamento della crociera settentrionale dell’ Ospedale Maggiore e deve il suo nome, come l’omonima via con la quale fa angolo, al piccolo lago alimentato dalla fossa interna dei Navigli, aperto nel 1438 per permettere ai barconi provenienti dal lago Maggiore di scaricare i marmi che serviranno alla costruzione del Duomo. Qui abitavano i fachini adetti a scaricare dai barconi i vari materiali, tra cui anche il carbone che li tingeva di nero: la gente perciò li chiamava <<< i tencitt del laghett >> [  Tenc significa sporco di nero  ].

La casa dove alloggiavano i tencitt è tuttora chiamata Cà di tencitt; porta il numero civico 2 di via Laghetto; nello scantinato ha sede un American bar: Tencitt Cocktail Luunge. Le strerghe del verziere. Nella Cà di Tencitt abitava una fattucchiera che, di notte, saliva sul tetto dove aveva convegno con le altre << Cattive donne >> del vicino Verziere. Fatto l’appello, partivano a cavallo delle scope verso l’ infernale appuntamento. La madonna degli sporchi. La Ca di Tencitt fa angolo con vicolo Laghetto. Sul lato che guarda il vicolo si custodisce gelosamente un quadro, che ricalca un più antico affresco sottostante, in ci è raffigurata l’Assunta con i Santi RoccoCon cane ), CarloBorromeo) e Sebastiano, avendo ai piedi una pianta dell’antico Lazzaretto. ( Tale iconografia è ripress nella prima vetrata a destra di santo Stefano ). La Madonna del Tencitt è difesa dalle intemperie, dalla nebbia e da altre ingiurie con un vetro, una tenda e un assito. Viene mostrata al pubblico e festeggiata il 15 di agosto, festa dell‘Assunta. Regia imperial morte del laghetto. Il maleolente laghetto fu interrato nel 1857. Il VergaQuello del testone, vedi largo Richini ), sosteneva da tempo la necessità di questa misura igienica; ed ebbe modo di illustrare il suo punto di vista nientemeno che all’imperatore d‘ austia, in visita solenne all’ Ospedale Maggiore il 26 gennaio 1857; quando, affacciandosi ad una delle finestre della scala di san Filippo, la Sua Imperial Regia Maestà scorse quello specchio d’acqua ch’era tutto men che limpida e disse o lasciò capire di non apprezzare la presenza nel cuore della città. Del tutto convinto delle argomentazioni del dottore, il sovrano ordinò il rinterro; l’ ordine venne posto in esecuzione nella prima metà del mese succesivo.

LAGOSTA, piazzale – Il cimitero della Molazza

In quello che è oggi Piazzale Lagosta funzionò dal 1787 al 22 ottobre 1895 un cimitero, detto Cimitero di Porta Comasina – e, poi, Cimitero di Porta Garibaldi. Lo si chiamava anche Cimitero della Moiazza dal nome di un più antico cimitero che funzionò in un’ area più ad est tra il 1686 e il 1786 ).

Quì fu sepolto nell’agosto del 1799 il Parini con funerale semplicissimo per sue esplecita disposizione. Ma non molto tempo dopo le sue ossa furono rimosse e forse finirono nella fossa comune. di fatto, nel 1806 già si ignorava il luogo preciso della sepoltura. Al che il Foscolo scrisse i noti versi dei Sepolcri:

. . . E senza tomba giace il tuo

sacerdote, o Talia . . .

O bella Musa, ove sei tu? . . .

Forse tu frà plebei tumoli guardi

vagolando, ove dorma il sacro capo

del tuo Parini? A lui non ombre pose

tra le sue mura la cittò, lasciva

d’evirati cantori allettatrice,

non pietra, non parola; e forse l’ossa

col mozzo capo gl’insanguina il ladro

che lasciò sul patibolo i delitti.

Eccetera eccetera eccetera. Al che il Gadda scrisse la nota battuta della conversazione a tre voci Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo.

 

 

Continua

 

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