La sanità psichica implica anche una realizzazione

sul piano professionale. Tale realizzazione è costituita dallo svolgere una attività che piace e che dia soddisfazione in termini di risultati clinici e di tranquillità economica ( anche sul piano pensionistico ).

Non possiamo negare che molti colleghi facciano una oggettiva fatica ad ottenere questi esiti e, ancor di più, non siamo quasi mai in grado di ritornare efficacemente degli investimenti professionali fatti.

Questo non sempre a causa di incapacità, cattiva volontà o imperizia, ma soprattutto per una serie di concause di ordine sociale e politico. La nostra categoria dal punto di vista politico sembra incapace di costruire una coesione che permetta un impatto sociale adeguato. Credo che le cause principali consistano nella tendenza a pensare tutto in termini di psicologia individuale, cioè a pensare che i problemi professionali siano risolvibili solo dallo sforzo di ognuno per se stessi, come se fosse una malattia personale.

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Inoltre ci sono troppi psicologi, per pochi utenti, concorrenziati da una marea di altre figure non esattamente professionali che pensano che la psicologia sia affare semplice, di paternalismi e pacche sulle spalle. Sfortunatamente inoltre la polverizzazione delle scuole di specialità e una scarsa propensione alla seria ricerca scientifica applicativa dell’ università ha impedito di selezionare percorsi sufficientemente coesi, controllati e validati, e ha ulteriormente spaccato il mondo dei colleghi ( anche se questo ha il vantaggio di avere sviluppato una serie d’ interventi diversi: ma ognuno finisce per esercitarne uno solo e non riesce a cogliere i vantaggi delle altre scuole ).

Il tutto complicato dalla tendenza a insistere nel chiudersi nei propri studi e, non possiamo nasconderlo, anche dalle difficoltà e dalle caratteristiche intrinseche al fatto che la psicologia è costituita da un mondo prevalentemente femminile e che questo ha delle conseguenze e delle peculiarità che devono essere considerate.

Quella che viviamo oggi è una vera e propria patologia politico – professionale, particolarmente acuta per la nostra categoria, anche se nondimeno molto diffusa in Italia per altre categorie intellettuali.

Ma questa patologia non è individuale, ma sociale, e va affrontata in termini sociali e di categoria: chiudersi nei propri studi e tappare gli occhi non serve a molto.

Peraltro ne va della propria qualità di vita ma anche del livello di qualità di servizio offerta ai nostri clienti dato il necessario e continuo aggiornamento professionale al quale dovremmo essere tenuti.

Ma un adeguato ritorno economico serve anche e soprattutto a poter mantenere una libertà di pensiero e di ricerca, indipendente da pressioni politiche ed economiche che vorrebbero influenzare il nostro operare: non si è veramente liberi se si è sottoposti a ricatti economici e politici.

Per quanto riguarda i cattolici io rilancio l’ idea del distributismo, riporto da wikipedia: “  Il distributismo, noto anche come distribuzionismo  ”, è una filosofia economica . . . per applicare quei principi di dottrina sociale della Chiesa cattolica che affondano le proprie radici nell’ esperienza benedettina ( ora et labora ) . . .  Secondo il distributismo, la proprietà dei mezzi di produzione deve essere ripartita nel modo più ampio possibile fra la popolazione generale, piuttosto che essere centralizzata sotto il controllo dello stato (  nel socialismo) o di pochi privati facoltosi ( nel capitalismo ).

Una sintesi del distributismo si trova nel postulato di Chesterton «  Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti (  G.K. Chesterton, “  The Uses of Diversity  ”, 1921. )

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Riporto poi da un articolo dal sito del movimento distributista italiano: “  Ridistribuire il potere alla gente, creando delle aggregazioni sociali per ciascun comparto lavorativo, in cui i cittadini, in base alle rispettive competenze, possano partecipare alle decisioni più importanti che riguardano la propria vita socio-lavorativa (  qualità dei prodotti e prestazioni fornite, onorari minimi e massimi, codici comportamentali, previdenza sociale e pensionistica, formazione professionale, regolazione della concorrenza  ): si tratta cioè di reintrodurre il principio corporativo, così avversato e demonizzato dalla propaganda dei mass-media, che anzi diffondono il mantra della liberalizzazione quale panacea di tutti i mali, mistificandone la vera natura: La liberalizzazione, infatti, costituisce il vero e proprio chiavistello del capitale apolide nazionale ed internazionale per imporre il proprio dominio sul lavoro.

In questo senso capitale e lavoro, invece che combattersi, con l’ esito scontato della vittoria del capitale sul lavoro, vanno riconciliati puntando alla loro riunione nelle singole persone in carne ed ossa, favorendo in tutti i modi possibili che chi lavora possa anche diventare proprietario dei mezzi di produzione

      Continua sul prossimo “ Simpatizzante ”

( Per le vostre domande da rivolgere al dott. Malerba, basta scrivere all’ email: rikferrari@libero.it rubrica: L’ invecchiamento e la demenza senile: come si manifesta e come intervenire )

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