La Bibbia ha una propria potenzialità terapeutica. E’ un libro che parla continuamente all’ uomo di se stesso, è uno specchio [ 1 ] dell’ immagine umana. E parla della presenza di Dio nella vita dell’ uomo.
Diventa dunque una metafora delle difficoltà dell’ uomo nel vivere la propria vita.
Potrebbe essere letto con la stessa ottica dei  “ Sermoni ” di Sant’ Antonio in cui ogni più piccolo elemento è presentato in modo metaforico [2], ma io non sono un esegeta, non sono in grado di fare esegesi.
Tuttavia quando leggo la bibbia non posso fare a meno di confrontare ciò che leggo con ciò che faccio nella mia professione, alla ricerca del filo che lega le due cose: la crescita dell’ uomo e la ricerca della sua sanità psichica.
E’ un tentativo forse un po’ fuori dagli schemi, ma per me è irresistibile. Come cattolico mi è impossibile non ricercare le strade che Dio ha usato nei secoli per guarire l’ uomo: Gesù è il guaritore perfetto di Dio. Certamente la guarigione e la crescita spirituale si fondano sull’ascolto della parola, sulla preghiera, sul sacrificio e sulla partecipazione ai sacramenti. Ma non posso non chiedermi quanto guarigione psichica e spirituale vadano a braccetto.
E vi sono nella bibbia elementi che sembrano utile metafora del percorso di guarigione psichica. Molti di questi elementi li ho trovato nella storia di Neemia.A.la.t.Ha.

Lo “ psicoterapeuta ” Neemia.

Neemia è la metafora di un terapeuta che cura un paziente: nel suo caso è la città di Gerusalemme.
La storia di Neemia, come quella di un terapeuta, comincia con un atto di commozione: Neemia si commuove di fronte alla   “  grande miseria e umiliazione  ”   in cui versano i superstiti di Israele ( Ne 1, 5 – 4 ), gli viene riferito che   “  le mura di Gerusalemme sono piene di breccie, le porte distrutte dal fuoco  ”   e Neemia si commuove e prega per questo ( Ne 1, 5 -10), alla fine del capitolo aggiunge “  Io ero allora coppiere del re  ”.
Si trova qui, nel capitolo 1, fino a Ne 2,9 l’ incipit della storia di Neemia, esso racchiude gli elementi fondamentali perché lo psicoterapeuta divenga tale, sia pronto e capace di forza terapeutica: la capacità empatica, il bisogno di qualcuno, il desiderio di occuparsene, le competenze terapeutiche e umane, il suo percorso di crescita personale e l’elaborazione della sua relazione con i genitori.
La primo elemento sottolineato è la capacità che ha il terapeuta di capire la situazione degli altri e di commuoversi, la capacità empatica, il riconoscersi nei dolori dell’ altro, la capacità di vedere l’ altro, di riconoscerlo e di vedere la differenza tra ciò che l’ altro vede di se e ciò che l’ altro è realmente.
Il secondo elemento è la presenza di qualcuno che ha bisogno, questo qualcuno è rappresentato dalla città di Gerusalemme, metafora dell’ uomo senza mura, cioè senza confini e identità, persona umiliata che tutti possono invadere, e non posso fare a meno di pensare che le persone psicotiche siano senza confini, non sanno distinguere se stessi dagli altri e sono continuamente umiliate, perché questa mancanza di confini permette ad altri di invadere i malati con una definizione utile agli scopi di chi invade ma non al malato che, invece, va aiutato ad autodefinirsi.
Un ulteriore elemento è la preghiera che Neemia fa, espressione del desiderio di occuparsi del malato, che in fondo è anche capacità di Café Libertyriconoscersi e occuparsi di sé e delle proprie ferite, delle ferite della propria storia, delle proprie relazioni: Neemia infatti è giudeo, può commuoversi perché la storia di Gerusalemme è la sua storia, vi è qui anche il riconoscimento dei propri errori e degli errori dei propri avi. Da cattolico non posso non notare che la preghiera è un elemento che punteggia tutto il percorso di Neemia, e non posso non chiedermi quanto questa debba essere un elemento essenziale della mia vita per essere un buon uomo e un buon professionista
Ulteriore elemento è l’ essere nella condizione psichica e di realtà di poter aiutare rappresentata dall’ essere   “  il coppiere del re  ”, non basta commuoversi ma bisogna essere capaci e nelle condizioni di potersi prendere cura di altri.
In Ne 2, 1 – 6 e 7 – 9 ci sono due ultimi e importanti passaggi: Neemia chiede il permesso al re, il quale sembra preoccuparsi per Neemia, e riconosce il disagio del proprio servo, anche qui si nota la capacità di riconoscere l’ altro per quel che è, e poi lo concede. Particolare importante per noi, messo in modo interessante nei versetti quasi come elemento di secondaria importanza, eppure che salta all’ occhio, è la frase:   “  e la regina che stava assisa al suo fianco  ”, faccio molta fatica a non vedere qui la coppia genitoriale, e la necessità che il terapeuta, perché sia tale, non abbia lavorato e non abbia sciolto il suo legame con i propri genitori, in questo caso sembrano due genitori adottivi il re e la regina di Nemmia, la caratteristica è, ancora la loro capacità di riconoscere chi è Neemia. Così quella di Neemia non è una fuga, ma una decisione serena e consapevole, accettata dal re e dalla regina che, in questo modo gli riconoscono identità. Infine Neemia, da uomo esperto, chiede e si fa dare dal re tutto ciò che è necessario all’impresa, non scappa, non va a mani nude, chiede e si fa dare ciò che gli serve perché possa riuscire (  Ne 2, 7 – 9  ), cioè si appropria degli strumenti e delle capacità necessarie, dopo avere chiesto permesso al re; questo è indice che parte per riuscire [3], e questo sembra essergli concesso dalla soluzione dei rapporti genitoriali, cioè dalla capacità di lasciare il padre e la madre, premessa indispensabile per ogni realizzazione umana. Neemia si porta i soldati del re, cioè porta in se le capacità che gli sono state date dal padre.

Il   “  paziente  ”: Gerusalemme.

Inizia in Ne 2, 10 l’ incontro di Neemia con la città di Gerusalemme, che sembra essere il paziente di questo particolare terapeuta, interessante che il versetto inizia con due elementi contrapposti:  a) qualcuno si arrabbia e  b) si sottolinea che Neemia avrebbe ricercato   “  il bene dei figli di Israele  ”, questi due elementi indicano già la lotta tra colui che vuole il bene del paziente   (  il terapeuta  )   e i nemici del paziente, e si vedrà che il paziente ha nemici esterni, che spesso sono rappresentati, in un setting terapeutico, dal sistema famigliare   –   reale o interno al paziente   -, talvolta sociale, che ha un suo proprio interesse a mantenere lo status quo della malattia, e da resistenze interne al paziente, a causa della paura del cambiamento e dei vantaggi secondari alla patologia.
Inizia ora il percorso terapeutico   (  Ne 2, 11  ), Neemia si alza   “  di notte  ”   ed esplora le mura di Gerusalemme, la psicoterapia inizia infatti al buio, non sai nulla di quel paziente, e di solito neppure lui sa molto di sé, chissà, forse è bene all’ inizio non farsi vedere dalle resistenze, per questo non parla a nessuno di ciò che vuole fare. L’ esplorazione del paziente inizia sempre dall’ esterno, le mura rappresentano il confine tra sé e il mondo, la definizione della propria identità differenziata dagli altri; esplorare le mura significa capire cosa i pazienti vedono di se stessi, quali sono i varchi dai quali passano le identità che gli altri vogliono imporre al paziente, quali sono i rischi e i pericoli della terapia, quanto è grande il lavoro da fare. Sembra un primo iniziale percorso diagnostico.

Il contratto con il paziente.

Dopo questa esplorazione Neemia fa qualcosa che sembra un contratto   (  Ne 2, 17 – 19  )   in cui descrive la situazione del paziente al paziente stesso; interessante come si identifica con questa condizione   (  “  voi vedete la sciagura in cui ci troviamo …….  ”  ), quasi che la terapia del paziente fosse anche una terapia di sé  [4], propone l’inizio della terapia come inizio di ricostruzione dell’ identità di se (  “  Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme…..  ”  ) e del rapporto con gli altri   (  “  non saremo più oggetto di derisione  ”  ), ma anche che lui può farlo   (  “  Raccontai loro come la mano benevola di Dio era stata sopra di me….  ”  ). Il popolo accettò la terapia e, nota la bibbia   “  presero coraggio nel dar mano a quest’ opera egregia  ”, cioè loro decidono di costruire, non è il terapeuta a costruire ma lo stesso paziente, il terapeuta è un catalizzatore, non è lui che costruisce, fa da volano, e per costruire il paziente deve avere coraggio, l’ unica vera qualità che si chiede al paziente per crescere è il coraggio, l’ unico vero ostacolo sembra essere la paura.
Nel versetto successivo   (  Ne 2, 19  )   emergono le resistenze sotto forma di coloro che si fanno beffe dei costruttori della città, fanno passare il messaggio che non ce la faranno mai, che il compito è impossibile, Neemia risponde rimbeccando che avremo buon esito e non ci sarà parte per loro nell’ opera, la bibbia fa riferimento a Dio, che noi potremmo tradurre come terapeuti in capacità terapeutica e fiducia in sé, ma io non dimentico che Dio non ha solo una dimensione simbolica, ha anche una dimensione simbolica.

Inizio della terapia, il trattamento delle resistenza alla ricerca di una identità.

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Così il paziente Gerusalemme si mette all’ opera   (  Ne 3, 1 – 33  ), richiamando le sue forze e cominciando a costruire le porte con “  battenti, serrature e sbarre  ”, e le mura, interessante che le energie di Gerusalemme, metaforizzate come suoi abitanti, costruiscano l’ uno accanto all’ altro   (  cioè ognuno con il suo ruolo, in una dimensione spaziale  ), il che indica come è necessario conoscere, mettere ordine e organizzazione l’ interno del sé per poter costruire la propria identità, e come ogni cosa deve avere posto e luogo, e l’ una dopo l’ altra in una dimensione temporale ordinata il se prende forma, la terapia richiede tempo, un setting ordinato, preciso anche nel ritmo temporale. Ognuno si occupa di qualcosa di preciso, secondo il proprio ruolo e secondo un tempo organizzato.
Naturalmente i nemici all’ opera di ricostruzione, interni ed esterni, che noi possiamo vedere come resistenze alla crescita, una volta accortosi che si sta facendo sul serio e che le cose vanno avanti non tacciono   (  Ne, 33 – 35  ), “  Quando Samballat venne a sapere …………   s’ indigno e si adirò terribilmente  ”, interessante il termine indignarsi, come se fosse una offesa ad altri la guarigione di un paziente, la guarigione è un atto che porta ad indignazione morale, come fosse una cosa sbagliata, quando i nemici della guarigione vedono che stai meglio ti accusano di essere guarito, come se rubassimo a loro qualcosa che gli appartiene, poiché non riconoscono al paziente il diritto alla propria identità.
L’ altro attacco avviato è in termini delle capacità e con minacce di distruzione, come dire: tanto non ne siete capaci   ”  che cosa stanno facendo questi miserabili Giudei? ……. Costruiscano pure,ma se uno sciacallo gli si lancerà contro, rovescerà il suo muro di pietra.  ” (  Ne 3, 34  ).
Quindi le resistenze sono i pensieri identitare che gli altri mettono nel paziente:   “  tu sei sbagliato, non sei capace, noi ti distruggeremo  ”, sono tutti commenti aggressivi, sia legati alla propria immagine di se, sia legati allo specchio che la realtà ti dà, in un circolo vizioso terribile per cui meno ti senti capace più la realta finisce con il dirti che non sei capaci, profezia che si autorealizza.
Qui arriva l’ intervento del   “  terapeuta Neemia  ”, a difesa dei costruttori, facendo luce su cosa è giusto o sbagliato e facendo appello a Dio, definendo cioè ciò che è tuo e ciò che è degli altri, restituendo così l’ identità al paziente rispetto agli attacchi che per ora sembrano solo esterne, spesso i pazienti riportano le idee di altri come fossero proprie, questo intervento aiuta il primo passaggio, quello più esterno, cosicchè si riesce a fare il primo passo, e   “  il popolo costruì le mura fino a mezza altezza  ”, da notare che   “  la volontà del popolo era di agire  ”, Neemia incoraggia il popolo a fare ciò che realmente vuole, il bene per sé, e per ora vi è coerenza nella volontà del popolo, nessuno può guarire nessuno se il paziente non vuole guarire.
Qui inizia una lotta tra la paura del popolo, che sotto le minacce dei nemici comincia a perdere la fiducia in sé, e Neemia che si sforza di organizzare misure efficaci e bene organizzate, soprattutto li invita a restare dentro di sé   (  Ne, 4, 30  )   e uniti. Ma arriva un più importante pericolo per il percorso di gaurigione, ed è quello interno: da questo punto di vista è interessante tutto il capitolo 5, ci invita a pensare che il paziente deve rinunciare ai suoi vantaggi secondari, che sono di una parte del sé a scapito di altri parte del sé, che li usano per ottenere vantaggi da parte della realtà, ma alla fine a scapito di se stesso   (  la metafora è definita da una parte del popolo che sfrutta un’ altra parte del popolo per ottenere vantaggi personali  ), e come l’ intervento anche in questo caso sia di fare luce, chiarezza, denunciando vantaggi e svantaggi delle varie parte di sé, Neemia così accusa e difende la parte più debole del popolo redistribuendo in modo più adeguato le risorse interne, permettendo al popolo di sottrarsi al ricatto dei suoi nemici.
Non è inutile notare come la psicoterapia abbia anche una dimensione famigliare e sociale, che questo capitolo in qualche modo richiama, in cui componenti della società e della famiglia usano malattia e terapia per ricavare vantaggi, per lo meno sul piano affettivo e di equilibrio nei giochi sociali. Quanto la terapia del singolo sia legata anche terapia famigliare e sociale è questione complessa, ma che va tenuta in mente  [5].
In ogni caso il completamento delle mura   (  Ne, 6  )   lasciate fino ad ora a metà, viene proprio dopo questa rinuncia ai vantaggi secondari, che vanno prima scoperti e denunciati. A questo punto la strategia dei nemici cambia, e l’ unico modo che hanno per ostacolare è attaccare il   “  terapeuta  ”, per farlo si invita Neemia altrove, fuori dalla città, si attacca la fiducia nella terapia, interessante che in Ne 6, 9 si spiega la verità della cosa:   “  in realtà tutta quella gente voleva atterrirci  ”, ancora una volta l’ ostacolo alla guarigione è la paura, che diviene sfiducia nella terapia e attacco al terapeuta.
Alla fine però le mura sono costruite, l’ identità di base è pronta e sono i nemici ad essere spaventati   (  Ne 6, 14 – 15  ). Ma il lavoro non è finito, qualche paura resta e, inoltre bisogna costruire l’ interno della città.
In altre parole una volta definita la differenza tra se e gli altri, una volta costruita l’ identità, ancora il lavoro non è finito, va costruito e organizzato al meglio l’ interno del sé, riempirlo di cose utili   (  Ne, 7  ), riportare a se le cose che ci appartengono e farle prosperare, poi si decide come si può funzionare   (  Ne, 8  ), si riconosce il lavoro fatto   (  Ne, 9 giornata di espiazione  )  e si continua la propria crescita, la tentazione della disgregazione però continua sempre, cioè il pericolo di fare entrare stranieri nella nostra identità  [6], questo porta alla necessità di mantenere sempre un certo livello di attenzione e di guardia, di dare regole per la difesa.
Il lavoro non è quindi mai finito. Concludo con l’ ultima frase del libro di Neemia, ancora una volta una preghiera, che suggerisce il senso del limite che ogni terapeuta deve avere:  “  Ricordati di me in bene, o mio Dio  ”.
[1] Nella psicodramma lo specchio è una funzione terapeutica   (  cfr  “  Manuale di psicodramma  ” di J. L. Moreno e Z. T.Moreno, 1980, ed. Astrolabio  ). Nello sviluppo infantile è lo sguardo della madre che definisce l’identità del bambino, il   “  meccanismo del rispecchiamento  ”, è secondo lo psicanalista D. H. Winnicott fondamentale per la formazione della propria identità   “  precursore dello specchio è la faccia della madre  ” ( cfr.  “  Gioco e realtà” , 1971, in Italia edito da Armando Editore ).

[2] Cfr  “  I Sermoni  ”, ed. messaggero, Padova, 1994.
[3] Gli psicologi notano che spesso si inizia un percorso professionale ma poi scatta una forza inconscia che intralcia il tentativo di riuscire, Freud parlava di   “ pulsione di morte ”, riferendosi alla tendenza delle persone di ripetere in continuazione gli stessi errori, alcuni psicologi odierni hanno coniato il termine di  “  io boicottante  ”, indicando quella parte di sé che ostacola il proprio tentativo di realizzazione professionale.
[4]  Che la terapia ad altri sia anche crescita personale del terapeuta lo afferma anche C. A. Whitaker in  “  Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia  ”, 1998, ed. Astrolabio.
[5] Possiamo ricordare qui la teoria di Berne  ( cfr  “  A che gioco giochiamo  ” ),  tutta la terapia sistemica e l’ analisi transazionale.
[6] Forse dal fatto che la crescita continua e migliora sempre più può spiegare il motivo dell’  ”  analisi terminabile e interminabile  ”  di Freud  (  edito in Italia da Bollati Boringhieri, 1977 ).

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