Cari Amici della Fondazione

Cari Amici della Federazione,

L’ Amico Hermann Teusch ci ha sottoposto una sua riflessione sull’ultimo Consiglio Europeo e sulle soluzioni adottate, che condivido, rilevando che il pregiudizio nei confronti dell’ Italia ha reso più difficoltosa la trattativa.

Di seguito Vi invio una mia riflessione, ringraziandoVi per l’ attenzione.

Cordiali saluti

On. Vitaliano Gemelli

La difficile trattativa avvenuta nel Consiglio Europeo è stata condizionata anche dall’ immagine negativa che negli ultimi anni si è affermata dell’ Italia nell’ Unione Europea.

La narrazione in voga, però, sottace  che il Paese discolo per eccellenza nell’ Unione è stato sempre la Francia, sin dall’ epoca di De Gaulle, e senza andare tanto indietro basta ricordare che nella Conferenza di Nizza per la Costituzione Europea, vi fu  l’ opposizione della Francia al richiamo delle radici “ giudaico-cristiana della cultura europea ”, in nome di un laicismo, sì confessionale e fondamentalista, in ricordo della Rivoluzione Francese, dimenticando che nel “ Terzo Stato ” che la promosse vi era anche il “ basso clero ”, che pretese insieme a “ Egalité e Liberté ” anche la parola  “ Fraternité ”, evidenziando la cultura cristiana integrata nel movimento rivoluzionario.

Oltre alla Gran Bretagna, che sin dalla sua ammissione pretese un regime particolarmente privilegiato, in virtù della sua condizione di Nazione a capo del Commonwealth, vorrei ricordare la Svezia ( neutralismo ), la Danimarca e l’ Olanda da sempre e non da oggi “ Paesi frugali ”, i cui regimi fiscali operano in dumping ( Olanda ) rispetto a quelli degli altri Paesi. Né possiamo dimenticare la Germania che attualmente non ritiene di dover utilizzare il surplus finanziario accumulato e che nel passato, mettendo sul mercato finanziario i titoli italiani posseduti, ha fatto saltare l’ equilibrio tra i titoli europei, causando una impennata dello spread di oltre 500 punti, che ha destabilizzato l’ Italia e ha abbassato il rating, mentre aveva ricevuto tutta la solidarietà possibile da tutti i Paesi al momento della riunificazione.

Quindi l’ Italia è discola, ma gli altri non sono esempio di linearità e di correttezza politica e amministrativa; questo succederà fino a quando il sistema intergovernativo non lascerà il passo a quello comunitario.

Le analisi sul nostro Paese, che si rinnovano ogni qualvolta si deve presentare il Bilancio dello Stato, quindi ogni anno, sono per molti aspetti incontestabili, per l’ esistenza di una larga spesa parassitaria, che nessun governo è riuscito ad azzerare o a trasformarla in spesa produttiva.

Tale spesa riguarda il livello nazionale e si annida proprio all’ interno delle strutture ministeriali e para-ministeriali, per l’ esistenza e la proliferazione di organismi ( anche societari ) funzionali solo a mettere a riparo dalle responsabilità i vertici, che così hanno buon gioco nell’ indicare i responsabili.

Un altro aspetto riguarda la P.A., per la quale non si è mai riusciti a definire i carichi di lavoro e le responsabilità operative, in funzione della conquista di un livello di efficienza per la quale per ogni pratica dovesse  essere necessario definire la procedura e il tempo di svolgimento; l’ istituto giuridico del “ silenzio-assenso ”, che pure soccorre a recuperare tempi operativi, è una forma di de-responsabilizzazione della P.A. e un affievolimento del senso del dovere del “ servizio al cittadino ”.

Né le regioni sono affrancate da tali responsabilità, nemmeno quelle definite dalla narrazione comune come le più efficienti.

Abbiamo avuto modo di constatare in tanti settori e in ultimo quello della sanità che il servizio pubblico è entrato in collasso con gravi responsabilità politiche e amministrative.

Né sono giustificate le regioni del sud per il loro grande numero di personale impiegato, con la giustificazione che nel sud non ci sono le industrie.

A cinquanta anni dalla costituzione delle regioni e a sessanta anni di intervento straordinario nazionale ed europeo, la progettualità delle regioni del sud ha dimostrato di essere assai carente per tutte, anche se bisogna constatare che alcune sono state più carenti di altre e che l’ Abruzzo, il Molise, la Puglia, la Lucania e in parte la Sardegna sono state molto più virtuose delle altre, che navigano ancora con un ritardo di almeno vent’ anni.

Un altro organismo che dovrebbe fare una grande riflessione è il movimento sindacale.

La proliferazione dei “ sindacati autonomi ” e successivamente la creazione dei “ cobas ” hanno fortemente contribuito a delegittimare la rappresentanza e il confronto sindacale sulla tutela dei diritti dei lavoratori si è trasformato in un confronto per la tutela di privilegi di sacche di lavoratori, sganciate dal contesto economico-lavorativo, parcellizzando tutte le trattative e quindi affievolendo la forza contrattuale del movimento.

Sarebbe opportuno che il movimento si impegnasse in uno sforzo aggregativo delle tante sigle omogenee per ricostruire un movimento che tuteli i lavoratori con una impostazione culturale post-ideologica e consapevole della dimensione globale del sistema produttivo.

Né il padronato ha ritenuto di collaborare con il movimento sindacale, perché la situazione venutasi a creare ha consentito di fare scelte senza che ci fosse il controllo democratico da parte del sindacato.

Inoltre la classe industriale di seconda e terza generazione, a differenza di quella che ha ricostruito l’ Italia creando il boom economico e collocando il nostro Paese tra i primi cinque del mondo, ha preferito prima accaparrarsi quanto lo Stato ha dismesso e successivamente, con la globalizzazione ha scelto, almeno alcuni, di finanziarizzare le  iniziative, cedendo le aziende a multinazionali che, prevalentemente, avevano l’ interesse a collocarsi in Italia, alcune per entrare più facilmente nel mercato dell’ UE, altre per meri interessi di neutralizzazione della concorrenza, senza minimamente preoccuparsi di assicurare e mantenere i livelli occupazionali; infatti molte, dopo il periodo programmato di ristrutturazione, hanno chiuso gli stabilimenti, lasciando i lavoratori senza lavoro.

viruslibertario.itIl settore del commercio, quello dell’ artigianato, e quello dell’ agricoltura, tre settori molto vivaci e meritevoli di grande considerazione per avere avuto sempre la massima capacità di resilienza in periodi di crisi, scontano il limite della parcellizzazione per non avere creato filiere corte, che consentissero la costituzione di una massa critica per entrare più efficacemente nel mercato europeo e mondiale, nonostante la grande penetrazione delle produzioni, preferite per l’ altissima qualità garantita e certificata.

Partendo da tale situazione sarebbe importante che tutte le Associazioni produttive ( Confindustria, Confartigianato, Confcommercio, Confagricoltura, Coldiretti e tutte le altre Associazioni, comprese quelle delle cooperative, turistiche e culturali ) indicassero la disponibilità a creare nuovi posti di lavoro per i prossimi tre anni, definendo il fabbisogno  finanziario relativo non al costo complessivo per la creazione del posto, ma solo a quella parte relativa agli oneri sociali, sviluppata per i prossimi cinque anni.

La previsione dovrebbe indicare ovviamente i settori da sostenere e quelli da incrementare, le aree geografiche, le disponibilità aziendali e i tempi di realizzazione e i periodi di professionalizzazione, direttamente gestiti dalle aziende; fatto questo il Governo potrebbe stanziare le risorse, affidandone la gestione alle Associazioni e agli Istituti di credito prescelti, che periodicamente dovrebbero relazionare al Governo.

L’ obiettivo dovrebbe essere quello di abbattere il tasso di disoccupazione dall’ attuale 14 o 15 %, anche per effetto della pandemia CoViD 19, al 5 % in un arco di tempo di quattro o cinque anni.

Allargando la base occupazionale e quindi produttiva ( in luogo della elargizione di redditi di cittadinanza, di sussistenza, di sopravvivenza o altro ) si innesca un processo virtuoso che scaricherà l’ attuale peso previdenziale anche per le future generazioni, incentiverà i consumi, aumenterà la capacità di risparmio delle famiglie, rafforzerà il sistema economico-produttivo, aumenterà il gettito fiscale diretto e indiretto, produrrà una più grande capacità finanziaria per il mercato internazionale, dove bisognerebbe invertire la tendenza per acquisire partecipazioni all’ estero piuttosto che auspicare partecipazioni estere in Italia, se non a determinate condizioni e preferibilmente mantenendo il controllo aziendale.

Un altro intervento urgente del Governo dovrebbe essere la riforma radicale del sistema fiscale nazionale. Si constata che a base del sistema vi è il prelievo diretto per la stragrande parte dei cittadini contribuenti, che prevalentemente hanno reddito bassi; degli altri chi ha la capacità contributiva paga le tasse correttamente o con qualche ritardo, mentre chi non ha la capacità contributiva ( nonostante la previsione dei teorici studi di settore ) non potrà pagarle nemmeno con le penalità previste, scandalosamente esose. Le rateizzazioni sono state una forma di riscossione che ha funzionato per una fascia di contribuenti; per alcuni altri è stato un modo per rinviare il problema.

Alla luce dei fatti e constatato che l’ imposizione fiscale è tra le più alte tra quelle dei Paesi europei, senza la erogazione di servizi di pari qualità, si impone una riformulazione della progressività prevista dalla Costituzione, che diminuisca l’ onere fiscale fino al tetto dei centomila euro, ovviamente a scaglioni, e esoneri dall’ onere fiscale i contribuenti con un reddito fino ai ventimila euro ( o stabilisca una aliquota del 5 % ).

Anche il sistema sanitario dovrebbe essere riformato; non entro nel merito dell’ organizzazione sanitaria, ma vorrei soltanto sottolineare che il sistema dei tickets generalizzato è iniquo e quindi sarebbe preferibile che siano esonerati i cittadini con un reddito fino a ventimila euro e che siano esclusi dal privilegio dei farmaci i contribuenti con un reddito superiore ai sessanta o settanta mila euro.

Da tali indicazioni generali e naturalmente discutibili, essendo indicazioni politiche, si può rilevare che l’ auspicio delle riforme, da tante parti invocate, si potrebbe realizzare per mettere a regime un Paese, le cui potenzialità sono superiori a quelle di tanti altri, se la classe dirigente ( non solo quella politica ) e le popolazioni seguano il criterio della gestione del “ buon padre di famiglia ”.

Tali proposte, insieme a tante altre che quotidianamente leggiamo, potrebbero far ripartire immediatamente il Paese dal punto di vista economico e produttivo, ma non sono le sole per le quali la classe dirigente si deve impegnare.

Sarà necessario rivedere l’ articolazione dei poteri nelle autonomie locali, restituendo ai Comuni una capacità impositiva congrua per far fronte ai servizi di competenza; sarà necessario completare le funzioni delle province e delle aree metropolitane, per rendere loro una funzionalità che attualmente non hanno; sarà necessario rimodulare le competenze delle regioni ( Titolo V ), tenendo in considerazione che alcune infrastrutture sono e devono restare di competenza nazionale e sovra-nazionale e quindi dovranno essere programmate esclusivamente a tali livelli, anche nel rispetto delle norme comunitarie.

Un necessario intervento legislativo si dovrà attuare per riformare il sistema della giustizia, nella sua organizzazione e definizione e rispetto alle procedure previste per il rapporto con il cittadino. Si comprende perfettamente che in parallelo sarà necessario rivedere e riorganizzare l’ impianto normativo del Paese, che non può reggere con 170.000 norme, che aprono l’ applicazione ad una giungla interpretativa inestricabile e sostanzialmente ingiusta rispetto al Principio “ La Legge è uguale per tutti ” ( Art. 3 della Carta Costituzionale, che stabilisce l’ ” uguaglianza formale ” e al comma successivo prescrive l’ obbligo dell’ ” uguaglianza sostanziale ”, affermando che bisogna “ rimuovere gli ostacoli per rendere effettivo tale diritto ” ). Inoltre sarà necessario rendere più credibile la “ certezza del diritto ”, che negli ultimi tempi ha evidenziato delle incrinature, quando con fattispecie uguali si emanano sentenze diverse.

Gli argomenti delle riforme da realizzare sarebbero tanti, ma se si facessero almeno queste, si potrebbe dire di essere su un percorso corretto e si potrebbe generare una nuova capacità culturale rispetto alla visione del futuro della nostra popolazione.

In politica ogni cosa viene definita urgente, ma queste prospettate sono le riforme minime necessarie per arrestare il declino e poi il tracollo nazionali. Siamo positivi e quindi pensiamo che “ spes ultima dea ”.

Roma 28 Luglio 2020

 

DA:  Riccardo Ferrari

BUON GIORNO

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