“  Leggiamo con soddisfazione che l’ opinione pubblica si è finalmente sensibilizzata sulla necessità di munire le biciclette di segnali di identificazione, o targhe che dir si vogliano, a fronte del moltiplicarsi dell’ uso di questo mezzo da parte di una popolazione sempre più ecologica, ma nella quale, inevitabilmente, si moltiplicano prepotenti e maleducati: addirittura la “  lobby  ” dei ciclisti, quella della critical mass, ricordiamo?,  ora non rifiuta a priori l’ ipotesi  ”.

La “  piccola battaglia di civiltà  ”, come la definisce lo stesso Colombo Clerici, è stata avviata una quindicina di anni fa da Assoedilizia, allora in quasi completa solitudine (  suscitando l’ incomprensibile reazione dei ciclisti organizzati e di molti mezzi di comunicazione  ) su modello della vicina Svizzera e della lontana Cina, per citare.

Molto più tardi l’associazione dei proprietari immobiliari ha trovato al suo fianco le istituzioni: sempre per citare, il Consiglio Regionale della Lombardia con una mozione per inserire nell’allora disegno di legge di riforma del Codice della Strada l’ obbligo dei costruttori di biciclette di apporre sui telai un numero di identificazione; ma anche politici, sindaci, giornalisti.

L’ identificazione della bicicletta avrebbe da un lato una funzione deterrente in un periodo in cui una minoranza di bulli stradali (  i quali restano sempre tali, che guidino sia un suv, sia una due ruote senza motore  ), circolando impunemente sui marciapiedi e sfrecciando nelle aree riservate ai pedoni, contromano, attaccati al telefonino e, di notte, senza segnali luminosi, costituiscono un pericolo per i cittadini oltreché per se stessi. E in caso di incidente spesso si dileguano lasciando al malcapitato investito gli oneri delle cure mediche.  Senza voler considerare che la targa, accompagnata da un semplice foglio di possesso, limiterebbe molto il traffico di biciclette rubate – 320.000 ogni anno su un totale di 4 milioni – , e impunemente rivendute nei mercatini rionali.

“Ricordiamo quando, in controtendenza rispetto al mainstream, diversi anni or sono – riassume Colombo Clerici –  abbiamo per primi avanzato la  proposta della “  targa  ”, sia per responsabilizzare il ciclista, sia per limitare i numerosi furti delle due ruote, non certo per penalizzare i ciclisti corretti che meritano l’ apprezzamento di tutti. Fummo attaccati e sbeffeggiati soprattutto dall’ associazione dei ciclisti organizzati milanesi che si mobilitarono anche in chiassose pubbliche manifestazioni. La stessa cosa avvenne quando criticavamo le imprese dei graffitari selvaggi, gli stessi a cui – sostenevamo – poco importava l’ arte murale, ma importava aggredire la città e le sue case. Oggi le città italiane sono piene di muri imbrattati, meta di “artisti” provenienti da mezzo mondo.
“  Ben  vengano quindi, anche a proposito dei mezzi di identificazione per le bici, queste resipiscenze che fanno giustizia delle gratuite accuse di oscurantismo che ci furono a suo tempo rivolte: quando invece il nostro obiettivo era, ed è sempre, il rispetto della legalità, l’amore per la città e la tutela dei diritti del vivere civile  ”.

di Achille Colombo Clerici

 

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